« San Francesco celebrato dagli antifrancescani » di Cristina Siccardi

S. Francesco - Andrea PozzoSan Francesco d’Assisi, che ha risollevato la Chiesa del XIII secolo insieme all’opera di san Domenico di Guzman, non è la figura edulcorata, svirilizzata, dialogante e ambientalista che si è fatta di lui a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso; non rappresenta le istanze dello spirito del Concilio Vaticano II; né raffigura il buonista da salotto e senza logica,tanto caro a molti contemporanei, sia fra il clero che fra i laici; né si fa portabandiera pacifista o portavoce delle «diversità necessarie», come le definisce il Cardinale Gianfranco Ravasi.

Nei giorni scorsi, proprio il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura ha aperto ad Assisi i lavori (21-22 settembre) della manifestazione culturale «Il Cortile di Francesco» con una lectio dal titolo Le differenze necessarie. «Le differenze viste non come ostacolo, ma come arricchimento umano», ha dichiarato il direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, padre Enzo Fortunato.

«Non come muri, ma come ponti, che avvicinano e fanno incontrare gli uomini, le loro storie, le loro culture e tradizioni. L’anteprima del Cardinale Ravasi racchiude in sé l’essenza di questa quarta edizione: quelle differenze, appunto, che saranno il filo conduttore degli oltre trenta incontri ospitati ad Assisi».

La festa di san Francesco, che la Chiesa si sta apprestando a celebrare il 4 ottobre, si è già aperta ad Assisi, quindi, sotto auspici antifrancescani. L’articolo dello stesso Ravasi, pubblicato su Il Corriere della Sera il 16 settembre scorso, è dimostrazione plastica del pensiero che demolisce il mirabile seme evangelico e missionario del Cavaliere di Nostro Signore che sposò Madonna Povertà.

Innanzitutto l’autore apre il suo pezzo con le parole né di San Francesco, né di Cristo, per il quale san Francesco visse e morì divenendo lui stesso immagine del Crocifisso (primo stigmatizzato della Storia della Chiesa), bensì di Konrad Adenauer (1876-1967), uno dei padri fondatori dell’Unione Europea: «Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte», perciò più le pluralità si evidenzieranno e si mescoleranno su uno stesso tessuto globalizzato e maggiori saranno i vantaggi, in quanto non solo le differenze esistono, ma esse sono necessarie per la realizzazione della «pienezza dell’umanità stessa».

Cita poi il filosofo politico, difensore della cosiddetta «società aperta» – parola “magica” che, intollerante del rispetto delle identità, ha annientato il Cristianesimo in Europa – Karl Popper (1902-1994), il quale sosteneva che non si deve credere «all’opinione diffusa che, allo scopo di rendere feconda una discussione, coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune. Anzi, più diverso è il loro retroterra, più feconda sarà la discussione. Non c’è nemmeno bisogno di un linguaggio comune per iniziare: se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto costruirne una».

San Francesco d’Assisi è all’estremo opposto di questo pensiero che ha disgregato e distrutto la coscienza cattolica. Per san Francesco c’è Gesù Crocifisso e tutto, ma proprio tutto, deve ruotare intorno a Lui, perché soltanto Cristo è portatore della Verità e della Salvezza.

Gli insegnamenti di san Francesco non avevano alcunché di plurale, erano monotematici per essenza: portare Cristo e il Vangelo alle anime per sanarle dai peccati e condurle in Paradiso.

Tuttavia il suo parlare e il suo ammonire non risultarono mai monotoni, ma vitalizzarono e convertirono migliaia e migliaia di persone, portando migliaia e migliaia di vocazioni. E la gemma di san Francesco si schiuse di generazione in generazione in tutto il mondo, per secoli e secoli.

Tutto il resto, ovvero, tutto ciò che sta fuori dalla Verità rivelata, affermava san Francesco, non è solo noia, ma tenebre.

Lascia scritto: «Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma da ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto”. […] il Padre abita una luce inaccessibile, e Dio è spirito, e nessuno ha mai visto Dio.

Perciò non può essere visto che nello spirito, poiché è lo spirito che dà la vita; la carne non giova a nulla. Ma anche il Figlio, in ciò per cui è uguale al Padre, non può essere visto da alcuno in maniera diversa dal Padre e in maniera diversa dallo Spirito Santo.

Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l’umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati» (Ammonizioni, I, § 141).

San Francesco non usa mai mezzi termini, formule accomodanti, eufemismi per edulcorare la terapia dell’anima macchiata dal peccato originale e da quello personale, sia esso mortale o veniale.

E sebbene oggi questi termini infastidiscano orecchie amanti delle credenze più disparate, gli insegnamenti di colui che meritò le stesse piaghe di Cristo rimangono impresse a fuoco nelle Fonti francescane.

Il suo modo di essere rimanda molto al cappuccino san Pio da Pietrelcina e non solo per le stigmate che condivisero. Entrambi vissero l’immensa umiltà e l’amata povertà, ma anche l’intransigenza nella tutela della Fede e nel rigore della difesa dell’anima propria e altrui.

Ecco perché san Francesco giunge a dire che vi sono molti religiosi che «ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi» (Ivi, § 151) e nei confronti «di quelli che non vogliono osservare i comandamenti di Dio» usa espressioni tonanti e taglienti come quelle delle Sacre Scritture, in grado di risvegliare i peccatori e di scuotere le anime assopite: «Coloro che non vogliono gustare quanto sia soave il Signore e preferiscono le tenebre alla luce, rifiutando di osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti; di essi dice il profeta: “Maledetti coloro che si allontanano dai tuoi comandamenti”. Invece, quanto sono beati e benedetti quelli che amano il Signore e fanno così come dice il Signore stesso nel Vangelo: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, e il prossimo tuo come te stesso”» (Lettera ai fedeli, II, § 186).

 

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