San Gaspare del Bufalo, “gloria tutta splendente del clero romano”

ROMA, 27 Dicembre 2013 (Zenit.org) – C’è un filo di radiosa luce che attraversa secoli di storia del Cristianesimo. Sulla scia del protomartire Santo Stefano si collocano una moltitudine di uomini e donne che seppero affrontare con indefesso coraggio minacce, vessazioni, violenza e morte. Esempi di fedeltà a Cristo che rischiarano le tenebre dell’abbandono della speranza. Dello stesso zelo apostolico e della stessa audacia del protomartire si rivestì, nel XIX secolo, un giovane prete romano, di nome Gaspare del Bufalo.

Il Sinedrio con il quale dovette confrontarsi non fu quello di Gerusalemme, ma quello iniquo che si impose sul Campidoglio nel 1809, composto da soldati francesi desiderosi di demolire il potere temporale della Chiesa e di sradicare il Cristianesimo dalla società europea.

Fu anche grazie alla resistenza di uomini come San Gaspare del Bufalo che il loro intento non si realizzò.

Nato il 6 gennaio 1786 da una famiglia di umili origini residente nei pressi della parrocchia di Santa Prassede, tra i rioni Monti ed Esquilino, Gaspare all’età di un anno e mezzo si ammalò di vaiolo, una malattia che in quegli anni costituiva una seria minaccia di morte.

Malgrado un peggioramento delle sue condizioni di salute, gli effetti del morbo si ritirarono velocemente dopo che la madre invocò l’intercessione di San Francesco Saverio, il cui braccio si conserva nella chiesa del Gesù.

L’episodio segnò la vita del piccolo Gaspare. Durante l’infanzia si distinse per il tempo dedicato alla preghiera e alla penitenza, nonché alle opere di carità. Sotto le finestre del Palazzo Altieri, dove la famiglia si trasferì quando il padre cuoco trovò lavoro nella cucina della nobile famiglia romana, lo attendevano ogni giorno, nelle ore dei pasti, frotte di poveri. Essi avevano scoperto la disponibilità di Gaspare a fornirgli il cibo, sovente privandosi lui stesso del pasto.

 

I primi studi li fece presso il Collegio Romano, allora guidato da sacerdoti secolari per via della soppressione della Compagnia di Gesù. Indossata la talare nel 1798, si dedicò con instancabile dedizione all’assistenza spirituale e materiale nei confronti dei tanti bisognosi che affollavano la Roma di quel tempo. Gaspare divenne presto un volto conosciuto tra i “barozzari”, i carrettieri della campagna che avevano i loro depositi di fieno nel Foro Romano, chiamato allora “Campo Vaccino”.

In molti si riavvicinarono ai Sacramenti grazie alle catechesi di Gaspare, che inoltre si prodigò per la rinascita dell’Opera di Santa Galla, della quale fu eletto direttore nel 1806.

Due anni più tardi, il 31 luglio, fu ordinato sacerdote e proseguì la sua missione, fondando nella chiesina di Santa Maria in Pincis, presso la Rupe Tarpea, un fiorente oratorio e centro di pietà. Quello che si sarebbe manifestato di lì a poco fu tuttavia un periodo infelice per il Papa e per la Chiesa. Già nel 1807 Napoleone, dopo aver minacciato e offeso Pio VII, invase i territori dello Stato Pontificio.

Il 2 febbraio 1808 un corpo di fanteria francese entrò finanche a Roma, occupando Castel Sant’Angelo e il Quirinale, residenza del Papa.

 

San Gaspare visse quei momenti intensificando la preghiera e l’attività benefica e pastorale. L’8 dicembre 1808 fondò l’Arciconfraternita del Preziosissimo Sangue in San Nicola in Carcere.

Presso questa chiesa, infatti, si venerava un’insigne reliquia del Sangue di Gesù, che consisteva in un pezzo di clamide di un antico soldato romano appartenente alla famiglia dei Savelli. Secondo la tradizione, questo soldato era presente sul Golgota durante la crocifissione di Gesù, e uno spruzzo del Sangue di Cristo colpì la sua clamide.

Appena qualche mese più tardi, il 17 maggio 1809, Napoleone dichiarò cessato il potere temporale dei Papi. Per tutta risposta, Pio VII fece affiggere in città la bolla di scomunica. Gesto che provocò una decisa reazione napoleonica: il Papa fu imprigionato e deportato in Francia e tutti i dignitari pontifici furono rimossi. Un decreto, inoltre, ordinò che i cardinali, i vescovi, i parroci e i canonici prestassero giuramento di fedeltà all’Imperatore, pena l’esilio e il carcere per chi rifiutasse.

 

Il 13 giugno 1810 anche Gaspare fu convocato presso un posto di polizia. Alla richiesta di giurare fedeltà a Napoleone, giunse sferzante la risposta determinata e vigorosa del giovane prete “romano de Roma”, come amava definirsi: “Non posso, non debbo, non voglio”. Una frase che rimarrà celebre, giacché successivamente utilizzata anche da Pio IX durante la “questione romana”.

Il coraggio costò caro a don Gaspare. Insieme ad altri preti riluttanti, dovette subire l’allontanamento dagli affetti, l’impedimento della predicazione e l’asprezza di una dura detenzione. Fu incarcerato per circa quattro anni senza sapere se ne sarebbe mai uscito vivo, conobbe le celle a Piacenza, poi a Bologna, a Imola e infine nella medievale Rocca di Lugo.

 

Tornò a Roma agli inizi del 1814, subito dopo la caduta di Napoleone. Immediatamente si dedicò di nuovo al suo ministero, occupandosi di poveri, malati, carcerati e ragazze a rischio. Pio VII apprezzò il suo carisma e lo destinò alle missioni popolari per la restaurazione religiosa e morale.

Gaspare decise di compiere questo ministero fuori dalla città, dove si fece conoscere per il suo straordinario talento, tanto che vennero coniati per lui gli appellativi di “terremoto spirituale” e “angelo di pace”. In molti affermarono di aver assistito a manifestazioni soprannaturali nel corso delle sue predicazioni.

Nel maggio 1814 fondò la congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, e vent’anni più tardi, nel 1834, diede vita all’Istituto delle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, coadiuvato da Santa Maria De Mattias, conosciuta durante una sua missione nel Basso Lazio.

 

Il suo zelo apostolico non si arrese neanche dinnanzi alle minacce e agli attentati alla sua stessa vita di cui fu fatto oggetto. Nonostante la restaurazione del potere temporale della Chiesa, infatti, sacche d’insofferenza penetrarono e si radicarono un po’ ovunque in Italia. Le società segrete, soprattutto la massoneria, divennero così cospicue fucine di velenoso astio anti-cristiano.

Esse attecchirono molto tra le classi facoltose, ove più forte era il desiderio di affrancarsi dal potere della Chiesa e il vezzo di dedicarsi a dottrine esoteriche. Gaspare predicò apertamente contro tali sette, riuscendo a convertire intere logge massoniche e mettendo sempre in guardia il popolo contro la propaganda satanica. Così, durante le sue missioni, Gaspare convinceva i fedeli a bruciare strumenti di peccato e deviazione come armi, libri e stampe oscene.

La sua predicazione schietta prese piede tra le persone più semplici, persino presso quei margini della società in cui si diffuse il fenomeno del brigantaggio. Inviato a predicare in mezzo ai briganti che infestavano lo Stato Pontificio da papa Leone XII, Gaspare riuscì a ridurre la terribile piaga nei dintorni di Roma brandendo il crocifisso e testimoniando la misericordia evangelica. Grazie a lui molti banditi abbandonarono la via del malaffare per tornare alla famiglia e all’amore cristiano.

Il 28 dicembre 1837, con lo sguardo rivolto al presepe donatogli dalle suore di Sant’Urbano, Gaspare morì sul suo letto, nel Palazzo Orsini sopra il Teatro di Marcello. Il suo culto si estese rapidamente, a Roma e anche in Francia, dopo la guarigione della nipote di Joseph De Maistre.

 

Canonizzato da Pio XII il 12 giugno 1954, fu definito da Giovanni XIII nel 1960 “gloria tutta splendente del clero romano, che fu il vero e più grande apostolo della devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù nel mondo”.

Il suo corpo riposa a Roma, nella chiesa di Santa Maria in Trivio, ove la sua tomba è esposta alla preghiera dei tanti fedeli che trovano in San Gaspare del Bufalo un degno erede, in quanto a coraggio e zelo apostolico, del protomartire Santo Stefano. La Chiesa lo ricorda il 28 dicembre.

Federico Cenci