Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

« San Giorgio? Troppo maschio: ecco Giorgina… » di Marco Respinti

Troppo maschio, troppo etero, e per di più brandisce una spada con cui sgomina un animale in via di estinzione. No, nel tempo buio in cui viviamo non c’è più posto per san Giorgio, e così il martire cristiano, nato da qualche parte in Cappadocia pare attorno al 275 e morto a Nicomedia sembra proprio nel 303, diventa “santa Giorgina”, femmina, anzi “santa Jordina”, visto che il contesto è catalano.

E per di più femminista, o pacifista, comunque di sinistra, impegnata nella “lotta per la democrazia”, animalista, e altre amenità di questo tipo.

“Santa Jordina” è infatti un’antieroina disegnata ad arte per avvelenare le menti dei più piccoli e insinuare in loro dubbi invece che certezze, pusillanimità invece che valori, mollezze invece che princìpi.

È cioè la protagonista di para e pseudo-storie dove il nocciolo non è quello che di bocca in bocca tramandiamo da innumerevoli generazioni e raccontiamo ai piccoli per farli diventare grandi e ai grandi affinché si ricordino cosa significa esserlo, ma il contrario.

Quale? Non ha importanza, l’anti, sempre e comunque, giacché l’importante è svellere, demolire, sfasciare.

C’è Santa Jordina, scritta da Inés Macpherson e disegnata da Pilarín Bayés per i tipi di La Galera di Barcellona, che ovviamente dimostra che il povero drago non era mica malvagio, ma solo lo schiavo incatenato di un perfido domatore, maschio, da cui poi la femmina finalmente lo libera.

C’è la pasionaria anarco-democratica antieroica che rende inutili i cavalieri di La revolta di Santa Jordina, disegnata da Lyona e David Fernàndez per l’Amsterdam Llibres sempre di Barcellona.

C’è La Jordina i el drac Parrac, realizzato da Pep Molist per la Baula pure di Barcellona, dove il mostro è il povero orfano del drago ammazzato in illo tempore da san Giorgio e adottato da “santa Jordina” per dimostrare al mondo che in realtà è buono.

E c’è La fantàstica llegenda de la Jordina, di Joana Bruna per le Ediciones Oblicuas ancora di Barcellona, dove il santo guerriero cambia ancora una volta sesso e combatte alieni invece di draghi ctoni.

C’è insomma tutto (o quasi: attendiamo la versione lesbo), ma manca la realtà. La realtà della leggenda.

San Giorgio era un soldato nell’esercito di Diocleziano (244-313) e di Diocleziano patì anche le persecuzioni che lo condussero alla morte.

I più hanno però dimestichezza (diciamo così) soprattutto con la Legenda aurea che narra di come Giorgio salvasse una principessa dalle grinfie di un drago terribile, uccidendo senza requie la terribile bestia con cui non è possibile tentare conciliazione.

Oggi siamo abituati a tradurre “leggenda” con “bugia”, ma siamo degli ignoranti. “Leggenda” è infatti l’italiano del gerundivo latino legenda, cioè un aggettivo verbale passivo che esprime idea di dovere o di necessità.

Legenda significa quindi “cose che devono essere lette” poiché sono degne di esserlo, e infatti, nel contesto cristiano, le legendæ per eccellenza sono le vitæ dei santi che debbono essere lette poiché edificanti.

Il beato Jacopo da Varagine (1228-1298) non scrisse cioè la Legenda aura per raccontarci delle “balle d’oro”, ma raccolse per noi mirabilia di santi preziose come l’oro, “sicure come l’oro”, che dobbiamo leggere per imparare a imitare quegli atleti dell’altare.

Tra l’altro, se non ci fossero le vitæ e i miracula della Legenda aurea, noi oggi non capiremmo quasi nulla di un numero enorme di rappresentazioni e di dipinti cristiani, anche se siamo laici impenitenti o atei incalliti.

Ammazzando il drago dell’errore e dell’eresia, Giorgio cavaliere difende madonna Verità nei panni leggiadri della fanciulla minacciata.

È il cavaliere per antonomasia, il vero primo cavaliere. Diviene il capostipite e quindi il patrono della cavalleria, e questa non è il menar le mani avendone l’occasione, ma uno stile di vita, un’attitudine dello spirito, una vocazione e una elezione.

La sua divisa è quella spiegata da san Paolo (cfr. Ef 6, 10-20): l’armatura di Dio, la corazza della giustizia, lo scudo della fede, l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito. «La nostra battaglia infatti», dice il primo teologo, «non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti».

Se non raccontiamo questo ai piccoli, come diventeranno grandi? Se non siamo convinti di questo noi grandi, come rimaniamo tali?

Qualche disegnatore ci spaccia per buona la bugia di “santa Jordina” per indurci alla rinuncia, alla dimenticanza, invertire i simboli, scambiare il giorno con la notte, ribaltarci. Stasera riprendiamo allora in mano la splendida leggenda eternamente presente di san Giorgio cavaliere.

Rileggiamocela e rileggiamola ai nostri piccoli e rileggiamola i nostri grandi, imitando C.S. Lewis (1898-1963) che s’inalberava quando gli dicevano che scriveva storie per “piccoli” solo perché raccontava fiabe e favole cristiane.

 

La Nuova Bussola Quotidiana

torna su▲