Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787). Insegnamenti di perfezione cristiana.

Bisogna soffrir con pazienza tutte le tribolazioni di questa vita, le infermità, i dolori, la povertà, la perdita delle robe, la morte de’ parenti, gli affronti, le persecuzioni e tutte le cose contrarie. Ed intendiamo che i travagli di questa vita son segni che Dio ci ama e ci vuol salvi nell’altra. E di più intendiamo che gradiscono più a Dio le mortificazioni involontarie ch’esso ci manda, che le volontarie che ci prendiamo noi. Nelle infermità procuriamo di rassegnarci totalmente alla volontà di Dio, il che piace a Dio più di ogni altra devozione.

Se allora non possiamo applicar la mente a meditare, guardiamo il Crocifisso, offrendogli i nostri patimenti ed unendoli a quelli ch’esso patì per noi sulla croce. E quando ci sarà data la nuova della morte, accettiamola con pace e con spirito di sacrificio, cioè con volontà di voler morire per dar gusto a Gesù Cristo: questa volontà dette tutto il merito alla morte de’ martiri.

Bisogna allora dire: “Signore, eccomi, voglio tutto quel che volete voi, voglio patire quanto volete voi, voglio morire quando volete voi.” Né stiamo allora a cercar la vita a fine di far penitenza de’ peccati; l’accettar la morte con piena rassegnazione vale più di ogni penitenza.

In oltre bisogna uniformarci al divino volere nel soffrire la povertà e tutti gl’incomodi che porta seco la povertà: il freddo, la fame, le fatiche, i disonori e le derisioni.

Così anche rassegnarci nella perdita delle robe e nella perdita de’ parenti e degli amici che potevano farci bene vivendo. Avvezziamoci in tutte le cose contrarie a replicare: Così ha voluto Dio, così vogl’io. E nella morte de’ congiunti, invece di perdere il tempo a piangere senza profitto, impieghiamolo a pregare per le loro anime, offrendo allora a Gesù Cristo la pena che sentiamo di averli perduti.

Di più attendiamo a farci forza di soffrir con pazienza e pace i disprezzi e gli affronti. Ad alcuno che ci parla con ingiurie rispondiamo con parole dolci; ma quando ci sentiamo disturbati allora è meglio il soffrire e tacere, finché non si tranquilli la mente; e procuriamo frattanto di non lamentarci con altri dell’affronto ricevuto, offrendolo in silenzio a Gesù Cristo che tanti ne patì per noi.

Usar dolcezza con tutti, superiori ed inferiori, nobili e plebei, parenti ed estranei; ma più specialmente coi poveri e cogli infermi; e più specialmente poi con coloro che ci mirano di mal occhio.

Nel riprendere i difetti altrui, giova più la dolcezza che tutti gli altri mezzi e ragioni; perciò guardiamoci di far la correzione quando stiamo adirati, perché allora la riprensione sempre riuscirà amara, o per le parole o per lo modo. Guardiamoci ancora di correggere il delinquente quando egli sta adirato, perché allora la correzione più presto l’inasprirà, che lo farà ravvedere.

Non invidiare i grandi del mondo delle loro ricchezze, onori, dignità ed applausi che ricevono dagli uomini; ma invidiare coloro che più amano Gesù Cristo, che certamente vivono più contenti de’ primi re della terra; e ringraziare il Signore della luce con cui ci fa conoscere la vanità di tutti questi beni mondani, per cui tanti miseri si perdono.

In tutte le nostre azioni e pensieri non cercare la propria soddisfazione, ma solamente il gusto di Dio; e perciò non disturbarci quando non ci riesce l’intento di qualche nostro disegno; e quando ci riesce, non cercarne applausi e ringraziamenti dagli uomini; e se ne siamo mormorati, non farne conto, consolandoci di aver operato per piacere a Dio e non agli uomini.

 

I mezzi principali per la perfezione sono:

1. Fuggire ogni peccato deliberato, benché leggero; ma se per disgrazia commettiamo qualche mancanza, guardiamoci di adirarcene con noi stessi con impazienza; bisogna allora pentircene con pace, e, facendo un atto d’amore a Gesù Cristo, promettergli di più non commetterla, cercandogli aiuto.

2. Desiderare di giungere alla perfezione de’ santi e di patire ogni cosa per dar gusto a Gesù Cristo; e se non abbiamo questo desiderio, pregare Gesù Cristo che per sua bontà ce lo conceda, perché altrimenti, se non desideriamo con vero desiderio di farci santi, non daremo mai un passo avanzarci nella perfezione.

3. Avere una vera risoluzione di giungere alla perfezione. Chi non ha questa ferma risoluzione, opera con debolezza, e nelle occasioni non supera le ripugnanze; all’incontro un’anima risoluta, coll’aiuto di Dio che non manca mai, vince tutto.

4. Fare due ore o almeno un’ora di orazione mentale ogni giorno; e senza precisa necessità non lasciarla mai per qualunque tedio, aridità o agitazione in cui ci troviamo.

5. Frequentar la comunione più volte la settimana, secondo l’ubbidienza del direttore, poiché contra il consenso del medesimo non dee farsi la comunione frequente. E lo stesso corre per le mortificazioni esterne di digiuni, cilici, discipline e simili; tali mortificazioni fatte senza l’ubbidienza del padre spirituale o guasteranno la sanità o apporteranno vanagloria. E perciò è necessario avere il direttore particolare per regolar il tutto colla di lui ubbidienza.

6. Usar continuamente la preghiera, col raccomandarci a Gesù Cristo per tutti i bisogni che ci occorrono; col ricorrere ancora all’intercessione dell’Angelo custode, de’ santi avvocati e singolarmente della divina Madre, per le mani di cui Iddio concede a noi tutte le grazie.

Bisogna specialmente cercare a Dio ogni giorno la perseveranza nella sua grazia, la quale perseveranza chi la cerca l’ottiene, e chi non la cerca non l’ottiene e si danna; cercare a Gesù Cristo il suo santo amore e l’uniformità perfetta alla sua volontà. E bisogna cercar le grazie sempre per li meriti di Gesù Cristo.

Queste preghiere bisogna farle da che ci leviamo la mattina, e poi replicarle nell’orazione mentale, nella comunione, nella visita al SS. Sacramento e la sera nell’esame di coscienza. Principalmente in tempo di tentazioni bisogna che cerchiamo a Dio l’aiuto per resistere, e particolarmente se sono tentazioni contro la castità, invocando allora più volte in aiuto i SS. Nomi di Gesù e di Maria.

Chi prega vince: chi non prega è vinto.

In quanto all’umiltà, non invanirsi delle ricchezze, degli onori, della nobiltà, del talento e di ogni altro pregio naturale; e tanto meno de’ pregi spirituali, pensando che tutti sono doni di Dio. Tenerci per li peggiori di tutti, e perciò aver contento di vederci disprezzati dagli altri; e non fare come fanno alcuni, che dicono essere i peggiori di tutti e poi vogliono esser trattati meglio di tutti.

Quindi accettare con umiltà le riprensioni senza scusarci, neppur quando siamo incolpati a torto, purché non fosse necessaria la difesa per evitare lo scandalo degli altri.

Tanto più guardarsi di voler comparire nel mondo, e cercare onori dagli uomini. Perciò tenere avanti gli occhi la gran massima di S. Francesco che tanto siamo noi, quanto siamo avanti a Dio.

Peggio sarebbe poi ad un religioso il cercare offici di onore e di superiorità nella religione: l’onore d’un religioso è l’essere il più umile di tutti; e quegli è il più umile, che abbraccia con maggiore allegrezza le umiliazioni.

Distaccar il cuore da tutte le creature. Chi sta attaccato a qualche cosa di terra, benché minima, non potrà mai volare ed unirsi tutto con Dio.

Distaccarci specialmente dall’affetto de’ parenti. Diceva S. Filippo Neri: “Quanto noi mettiamo d’affetto alle creature, tanto ne togliamo a Dio”. E trattandosi dell’elezione dello stato, bisogna che specialmente ci guardiamo da’ parenti che cercano più i loro interessi che il nostro profitto. Distaccarci da’ rispetti umani e dalla vana stima degli uomini; e sopra tutto distaccarci dalla propria volontà. Bisogna lasciar tutto per acquistar il tutto. Totum pro toto, scrive il da Kempis.

Non adirarci mai per qualunque accidente; e se mai qualche volta ci vediamo sorpresi dall’ira, subito allora raccomandiamoci a Dio, ed allora asteniamoci di operare e di parlare, finché non ci assicuriamo che l’ira è già sedata. Perciò un espediente è che nell’orazione ci prepariamo a tutti gl’incontri che possono avvenirci, acciocché allora non ce ne risentiamo con colpa; ricordandoci di quel che confessava di se stesso S. Francesco di Sales: “Io non mi sono mai risentito, che dopo non me ne sia pentito.”

Tutta la santità consiste nell’amare Dio, e tutto l’amore a Dio consiste nel far la sua volontà.
Bisogna dunque rassegnarsi senza riserva a tutto quel che Dio dispone di noi; e perciò abbracciar con pace tutti gli eventi prosperi ed avversi che vuole Dio, quello stato che vuole Dio, quella sanità che vuole Dio. Ed a ciò dirigere tutte le nostre preghiere, acciocché Dio ci faccia adempire la sua santa volontà.

E per accertare la divina volontà, dipendere dall’ubbidienza del superiore per chi è religioso, e del confessore per chi è secolare; tenendo per certo quel che diceva S. Filippo Neri: “Di quello che si fa per ubbidienza non se ne ha da render conto a Dio.” S’intende, purché la cosa non sia evidente peccato.

 

Contro le tentazioni due sono i rimedi, la rassegnazione e la preghiera.

La rassegnazione, perché sebbene le tentazioni di peccare non vengono da Dio, nondimeno Iddio le permette per nostro bene; e però guardiamoci di adirarci, per moleste che siano le tentazioni; rassegniamoci allora nel volere di Dio che le permette, ed armiamoci a superarle colla preghiera che fra tutte è l’arma più forte e più sicura per vincere i nemici. – I cattivi pensieri non son peccati, siano laidissimi ed empi quanto si voglia: solo i cattivi consensi sono peccati. Invocando i Nomi SS. di Gesù e di Maria, non mai resteremo vinti. –

Quando la tentazione assale, giova allora rinnovare il proposito di voler prima morire che offendere Dio; giova ancora segnarci più volte col segno della croce e coll’acqua santa, e giova anche molto lo scoprire la tentazione al confessore; ma il rimedio più necessario è la preghiera, cercando l’aiuto a resistere a Gesù ed a Maria.

Nella desolazione poi di spirito due sono gli atti in cui dobbiamo principalmente esercitarci: umiliarci confessando di meritare di essere così trattati; rassegnarci nella volontà di Dio, abbandonandoci in braccio della divina bontà.

Quando Dio ci consola, apparecchiamoci alle tribolazioni che per lo più succedono alle consolazioni. Quando poi ci fa star desolati, umiliamoci e rassegniamoci nella divina volontà, e trarremo assai maggior profitto dalla desolazione che dalla consolazione.

 

Per viver sempre bene bisogna che c’imprimiamo nella mente certe massime generali di vita eterna:

Ogni cosa di questa vita finisce, il godere e ‘l patire; e l’eternità non finisce mai.

A che servono in punto di morte tutte le grandezze di questo mondo?

Quel che viene da Dio, o di prospero o di avverso, tutto è buono, ed è per nostro bene.

Bisogna lasciar tutto per acquistare il tutto.

Senza Dio non può aversi mai vera pace.

Solo l’amare Dio e salvarsi l’anima è necessario.

Solo del peccato si dee temere.

Perduto Dio è perduto tutto.

Chi non desidera niente di questo mondo è padrone di tutto il mondo.

Chi prega si salva, chi non prega si perde.

Si muoia, e si dia gusto a Dio.

Costi Dio quanto vuol, non fu mai caro.

A chi si ha meritato l’inferno ogni pena è leggera.

Tutto soffre chi mira Gesù in croce.

Ciò che non si fa per Dio tutto diventa pena.

Chi vuol solo Dio è ricco d’ogni bene.

Beato chi può dire di cuore: Gesù mio, te solo voglio e niente più.

Chi ama Dio, in ogni cosa troverà piacere; chi non ama Dio, in nessuna cosa troverà vero piacere.

 

Pratica di amar Gesù Cristo