Sarà razzista per l’Occidente, ma in Congo Tintin è considerato un “capolavoro”

Stralci dall’Osservatore Romano del 17/12/12
(…) Negli anni Settanta, ci si incominciò a interrogare sulla visione degli  africani presente nell’album. Hergé stesso la spiegò durante il suo incontro con  Numa Sadoul. I tempi non erano ancora maturi per mediatizzare e rendere materia  di contese legali tale interrogativo, ma lo sono diventati a partire dal  Duemila, quando l’album è stato nuovamente al centro di polemiche.

 

Non solo  attraverso la protesta a Bruxelles di uno studente di scienze politiche di  origine congolese, ma anche, sempre nel corso del 2007, attraverso le accuse  della commissione britannica per l’uguaglianza razziale (Commission for Racial  Equality), la quale dichiarò che la vendita dell’album «va oltre il buonsenso» in quanto «il libro contiene immagini e dialoghi portatori di abominevoli  pregiudizi razzisti».

 

Il gruppo americano Borders chiese alle sue librerie inglesi e americane di  spostare l’album nella sezione adulti. Una biblioteca di New York lo tolse  addirittura dai suoi scaffali. Se i Paesi anglosassoni furono in prima linea in  questa polemica volta a incriminare l’album, il Consiglio rappresentativo delle  associazioni nere (Cran) in Francia ne ha preso di recente il testimone  per denunciare il fatto che «decine di migliaia di bambini vengono  intossicati dalle odiose immagini di quest’album» e ha chiesto non il divieto  della sua vendita, ma «l’introduzione di una prefazione che ne precisi il  contesto, come avviene ormai nell’edizione inglese».

 

(…) L’album viene percepito in modo completamente diverso in Congo. Il modo  in cui vengono descritti gli africani, ingenuo e caricaturale, non li ferisce,  ma li diverte. L’effigie di Tintin appare spesso agli incroci delle vie di  Kinshasa (ex Leopoldville) e l’opera del pittore congolese Moké rende omaggio a  un “Tintin africano”.

Il numero 1385, che corrisponde alla targa della Ford T  che Tintin guida nell’album, è tra l’altro un numero feticcio per i  giocatori delle lotterie in Congo. Nel 2000, il giornalista Jean Jacques  Mandel, inviato a Kinshasa della rivista «Géo», ha incontrato alcuni giovani  studenti di belle arti nell’ambito dell’Atelier de Création Recherche et  Initiation à l’Art, per far sì che Tintin continui a essere un vero eroe «[certo] un po’ paternalista come tutti i bianchi dell’epoca», ma comunque «un  modello per tutti i giornalisti del nostro Paese in quanto sinonimo di  precisione, di coraggio e d’inchiesta».

Gli studenti hanno tratto anche un’altra  lezione dall’album, del quale sottolineano la dimensione quasi profetica: il  Congo coloniale che Hergé descrive è la posta in gioco dei trafficanti di  diamanti, così come il Congo di oggi è la posta in gioco dei Paesi limitrofi che  istigano le guerre tribali per poter controllare parti del suo territorio,  spesso molto ricco di minerali e di materie prime. La storia recente del Congo è  proprio questa. Per loro «Hergé aveva previsto tutto». Più di recente, durante  l’apertura del primo festival della Bande Dessinée a Kinshasa  nell’ottobre del 2010, il ministro congolese della Cultura Jeannette Kavira  Mapera ha definito questo fumetto un “capolavoro”.

 

Tintin au Congo non è certamente l’album di avventure migliore di  Tintin e, se non fosse da qualche anno al centro di ricorrenti polemiche,  probabilmente se ne parlerebbe molto meno. Fare una lettura anacronistica di  questo album, estrapolata dal contesto di un’Europa coloniale ancora trionfante  nel periodo tra le due guerre, e guidata dai buoni sentimenti e dal  politicamente corretto di oggi, può portarci a prendere posizioni moraliste,  poco efficaci nella lotta contro le discriminazioni razziali nel campo delle  assunzioni e degli alloggi.

 

Occorre sicuramente far attenzione per evitare  che il politicamente corretto di un’Europa occidentale che sta invecchiando  e che si dimostra alquanto maldestra nel gestire la sua dimensione  multiculturale ci porti ad aver paura di ridere e a perdere il senso  dell’ironia. Il continente africano, in crescita dal punto di vista economico  (in media il 5 per cento l’anno) a partire dal 2000, sa distinguere l’essenziale  dal superfluo, e non ha perso il proprio senso dell’ironia e dell’autoironia:  non è forse un segno di vitalità che Tintin non rinnegherebbe?

 

Fonte: Tempi.it