« Sciopero in difesa della donna: fa male alle femmine » di Benedetta Frigerio

Meriam lascia l'ItaliaMentre l’Italia viene bloccata da uno sciopero per la violenza contro le femmine nel giorno della festa laica della donna, c’è chi nel mondo subisce sorti ben peggiori di quelle che hanno portato all’accusa senza processo di decine di uomini rei di averle “molestate”. Sono le vittime della persecuzione religiosa che non si indignano, anzi spesso offrono il loro dolore per gli aguzzini.

Eppure di queste donne nessuno né parla. Anzi, se si raccontano le loro storie le prime ad imbarazzarsi sono proprio le femministe, la cui ribellione non sopporta chi dimostra che il potere di una femmina consiste nell’obbedienza a chi l’ha creata.

Colpì tutti la forza e la determinazione di Mariam Ibrahim, la sudanese cristiana condannata a morte a 27 anni per apostasia nel maggio 2014 e liberata alla fine di luglio dello stesso anno grazie ad un’ampia mobilitazione internazionale.

Mariam fu arrestata e portata in prigione insieme al figlio piccolo mentre era incinta, lasciando solo a casa il marito in sedia a rotelle.

Le sarebbe bastato abiurare la sua fede cristiana per tornare a casa. Invece si rifiutò di tradire Cristo, partorendo il figlio in cella con le catene della prigionia ai piedi.

Intervistata dopo la sua liberazione la donna confessò che a darle forza erano state la Bibbia e la preghiera. Tanto da lasciare esterrefatta e convertire la compagna di cella musulmana colpita dalla pace che Mariam emanava.

Come si può rimanere fedeli a Dio a discapito dei figli, quando sarebbe bastato abiurare, lo spiegò ricordando che c’è qualcosa che vale più della vita, il suo significato: «I miei figli non avrebbero mai rispettato la loro madre se avessi fatto una cosa del genere»

Pochi giorni fa Acs ha raccontato la vicenda di una 28enne nigeriana, che per salvare il marito rallentato nella fuga da Boko Haram, per via del peso del figlio, gli disse: «Lascia il bambino e scappa, posso prendermi io cura di lui, sono una donna».

Così ad essere catturata sono stati lei e due figli. Dopo un anno di schiavitù e sevizie la donna è stata costretta a convertirsi. Al suo rifiuto gli islamisti hanno risposto con l’omicidio del figlio minore. Dopodiché Rebecca fu violentata e dalla violenza nacque un figlio. Ma un attacco ai suoi aguzzini le permise di scappare.

La camminata di quasi un mese nutrendosi di erba la riportò fra le braccia del marito che accettò il neonato.

Rebecca voleva abbandonare il frutto della violenza ma cambiò idea: «Durante la mia sofferenza ho ricordato la passione di Gesù, che è stato crocifisso ma ha perdonato chi gli faceva del male. Quando pensavo a questo, mi dicevo: io voglio imitare Gesù, voglio perdonare queste persone. Questo mi ha dato la forza interna».

Questo le ha dato la forza di accogliere quel figlio, di non tradire la sua natura di madre. Questo le ha dato la forza di lottare e di ricominciare. Rebecca chiede preghiere per le donne ancora prigioniere per cui l’Occidente femminista non alza un dito.

Ugualmente ha agito pochi giorni fa la mamma del sacerdote indiano, padre Xavier Thelekkat, ucciso in Kerala dall’ex sagrestano licenziato a causa del suo perenne stato di ubriachezza.

L’anziana ha trovato in Dio la forza del perdono, sapendo che quel figlio si era compiuto totalmente in Dio. Così è andata a consolare la famiglia dell’assassino, dopo che la moglie le aveva chiesto perdono. Ancora una volta, una donna privata con violenza brutale del suo più caro bene terreno, ha accolto chi le chiedeva perdono, ridando quanto ricevuto: l’amore senza limiti di Dio.

Lei, come Rebecca e Meriam, ha accettato la croce del figlio, sapendo che non era l’ultima parola. Ma il suo destino di gloria. Esattamente come fu per la Madonna, incoronata regina del Paradiso, dopo aver partecipato alla passione di Gesù.

Solo questo può spiegare le parole della vedova del custode della cattedrale di Alessandria, Naseem Faheem, dove lo scorso aprile un kamikaze uccise diversi cristiani. Il marito aveva bloccato prima dell’entrata in Chiesa il kamikaze, che si era fatto quindi esplodere vicino a lui, riducendo così il numero delle vittime.

La moglie intervistata rispose letteralmente così: “Non sono arrabbiata con chi ha compiuto questo gesto, voglio dirglielo: possa Dio perdonarti. Non sei nel giusto, figlio mio, credimi..chiedo a Dio di perdonarli e di aiutarli a ravvedersi…Avete portato mio marito in un posto che non avrei mai potuto nemmeno sognare. Credetemi, sono orgogliosa di lui. E avrei voluto essere lì al suo fianco, credetemi e ringrazio».

Sentendo queste parole Amr Adeeb, uno dei giornalisti musulmani più noti in Egitto, si lasciò andare così: «I cristiani egiziani sono fatti d’acciaio!…Il paese va avanti con la pazienza, con la perseveranza e la resistenza di questa grande donna».

Da ultimo, come non ricordare la forza umanamente inspiegabile di Asia Bibi, la donna pakistana, condannata a morte per blasfemia e in carcere da quasi dieci anni pur di non convertirsi all’islam?

Condannando ogni violenza, non solo sulle donne, ma su nessun essere umano, domandiamo però: come mai queste donne, a differenza di quelle della campagna #metoo o di chi si batte contro la categoria faziosa del “femmincidio”, che presenta il maschio come naturalmente violento, non si scagliano di rabbia contro nessuno?

Simone de Beauvoir diceva che “donne si diventa”. E lo diceva per dire che bisogna conquistarsi il proprio potere, il proprio spazio a discapito di tutto.

Noi invece diciamo che donne si nasce e che poi si può decidere o meno di rimanere fedeli alla propria natura, ossia allo spazio che qualcunAltro ha sapientemente attribuito alla femmina per realizzarla e compierla. In sintesi si può decidere di rispondere alle ingiustizie con un’ingiustizia peggiore, ossia eliminando la mascolinità per assumerla violentemente su di sé e contro il mondo o si può rispondere guardando Maria.

«Il ruolo e la dignità della donna sono stati particolarmente rivendicati, in questo secolo, dal movimento femminista…Si tratta di istanze in gran parte legittime», disse Giovanni Paolo II il 29 novembre del 1995.

Ma ricordando che la Madonna costituisce la «risposta al desiderio di emancipazione della donna…La figura di Maria manifesta una tale stima di Dio per la donna da privare di fondamento teoretico ogni forma di discriminazione».

Non perché fosse aggressiva, non perché schiacciasse i nemici come chiede il femminismo che ha risposto rendendo la femmina moderna più sola, isolata e androgena. Ma perché umile e volontariamente sottomessa al progetto di Dio.

Anche laddove si presentavano dolori, contraddizioni e ingiustizie, Maria diceva “sì” e diventava irresistibile a Dio che le rispondeva elevandola, avvicinandola a sé, fino a porla sopra gli angeli di cui è Regina. Fino a renderla «La donna più potente del mondo», come titolò il National Geogrphic sulla copertina di Natale del 2015 (e più bella, buona, femminile e determinata, aggiungiamo noi). E come dimostrano le donne citate.

 
La Nuova Bussola Quotidiana