Se gli eterosessuali sono malati – di Giuliano Guzzo

Credete di essere etero al 100%? Ne siete certi? Se sì, fatevi visitare: potreste essere affetti da qualche disturbo della personalità. Non è una provocazione, bensì la conseguenza a cui si perviene partendo dalla denuncia dell’omofobia – termine inventato dallo psicologo americano George H. Weinberg negli anni Settanta [1] – che si definisce come una «discriminazione sia attiva che latente nei confronti delle persone omosessuali» che sarebbe «ampiamente diffusa in diverse società e in particolare in quella italiana» [2] e che genererebbe in chi la vive «disagio psicologico, depressione, sfiducia, isolamento, bassi livelli di accettazione di sé, bassa autostima, scarsa soddisfazione per le relazioni» [3].

Colui che vive in misura «sia attiva che latente» determinati pregiudizi sarebbe insomma un malato da curare. Ma lo sarebbe anche – e presto sarà ritenuto tale -, dicevamo, anche colui che si definisce propriamente ed interamente eterosessuale.

 

Il Cattolicesimo non è omofobico

Ma andiamo con ordine e sfatiamo subito un diffuso pregiudizio, vale a dire quello secondo cui i cattolici e più in generale la cultura cattolica alimenterebbero sentimenti di omofobia perché contrari a certe opinabili battaglie per i diritti gay. Una colossale bufala che da un lato confonde il dovuto rispetto alla dignità personale di chiunque con le talune rivendicazioni politiche e, d’altro lato, ignora la storia. Storia che ci dice che furono proprio i Paesi di tradizione cattolica i primi ad aver depenalizzato l’omosessualità: la Francia (1810), l’Italia (1866) e la Polonia (1932).

Ben più tardi, su questo versante, sono arrivate l’anglicana Gran Bretagna (1967), la Germania comunista (1968), la luterana Norvegia (1972) ed Israele (1988). Che i cattolici e gli stessi uomini di Chiesa non temano affatto di parlare o addirittura di elogiare degli omosessuali è poi suffragato da casi clamorosi, come alcuni interventi per esempio di Joseph Ratzinger – teologo da anni apostrofato come il “Grande Inquisitore” – nei quali il futuro papa, per raccontare la bellezza della conversione, scelse di esaltare nientemeno che la storia dello scrittore Julien Green (1900 – 1998), notoriamente omosessuale [4]. La tesi dell’”omofobia cattolica”, destituita com’è di fondamento, pare dunque buona per qualche slogan politico e poco altro.

 

L’eterosessualità come malattia

La prospettiva che dalla denuncia dell’omofobia all’indicazione dell’eterosessualità come malattia il passo sia breve è invece molto concreta. Per averne conferma basta rileggersi Mario Mieli (1952 – 1983), scrittore, filosofo nonché guru della cultura omosessualista italiana. Ebbene, il Mieli – pari di tutta una serie di autori, da Castellano a Consoli, da Tosoni a Pezzana – teorizza che per una liberazione compiuta dall’omofobia siano necessarie delle consapevolezze, non ultima quella dell’inesistenza dell’eterosessualità “pura”, con le relative conseguenze che siffatta consapevolezza comporta.

Non a caso nella sua fortunata opera Elementi di critica omosessuale il Nostro sferrò feroci critiche contro gli eterosessuali – «i cosiddetti “normali”», li chiamava – ritenuti dei «corrotti» dall’«ideologia capitalistico-fallocratica» [5]. Questo perché per lui l’eterosessualità – origine, a suo dire, di praticamente tutti i mali del mondo, inclusa la «negazione della donna» [6] – è patologica.

Ma per evitare fraintendimenti lasciamo la parola direttamente a Mieli: «L’eterosessualità […] è patologica, poiché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi moderna e – dialetticamente – è anche uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi» [7]. Morale della favola per il guru gay noi eterosessuali saremmo tutti o quasi da curare: «Ogni persona “normale”, dunque, è “schizofrenica” latente» [8].

 

Le battaglie gay come dogma

In attesa di capire quando il mondo gay si smarcherà del Mieli-pensiero – cosa che a tutt’oggi non pare essersi ancora verificata – registrano come invece si sia instaurata una schiera di seguaci delle sue teorie. Pensiamo all’oncologo Umberto Veronesi, che nel sostenere che l’amore gay sarebbe più puro di quello etero perché libero dalla procreazione effettivamente si allinea con quanto affermava decenni prima di lui il celebre fondatore del movimento omosessuale italiano, che fra le altre cose si scagliava contro il «dogma della procreazione» [9].

Sul Mieli-pensiero e su alcuni suoi aspetti abbastanza inquietanti – per esempio un giudizio a tratti equivoco sulla pedofilia attraverso una critica di chi la critica: «Per i “normali”, l’eterosessuale che va con una bambina non è un eterosessuale, ma un mostro» [10] – ci si potrebbe soffermare a lungo, ma preferiamo, in chiusura, evidenziare un altro aspetto interessante: quello delle battaglie gay come dogma che nella migliore delle ipotesi determina, per quanti dissentono, un isolamento. Anche se si tratta di omosessuali.

Sappiamo infatti che molti omosessuali si sono pubblicamente schierati ora contro le nozze gay ora contro le adozioni gay – Rupert Everett, Nathalie de Williencourt, Julie Bindel, Jean-Pierre Delaume-Myard, Richard Waghorne, Xavier Bongibault, Andrew Pierce, David Blankenhorn e Doug Mainwaring, giusto per fare qualche nome – senza che però i mass media, fatta eccezione per alcuni portali web, abbia dedicato loro molto spazio.

Come mai? Non sarà che in tempi in cui si denuncia l’omofobia vi sia in effetti una forma di omofobia “buona” e accettata contro chi, fra gli omosessuali, non è “allineato”? Non sarebbe male che nei frequenti dibattiti sul tema delle rivendicazioni gay si riflettesse anche su questa nuova discriminazione, che sembra già accompagnata dalla premessa ad ogni vera discriminazione: l’indifferenza.

Nel frattempo è bene non sottovalutare quanto si è ricordato poc’anzi, e cioè che in realtà – Mieli docet – fra la denuncia di omofobia e l’eterofobia non c’è questa grande differenza. Qualcuno, come lo psicologo Bernard Chaplin, lo scrive da tempo [11]. Altri tardano ad aprire gli occhi e sarebbe meglio lo facessero, prima che sia troppo tardi.

 

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Note: [1] Cfr. Weinberg G.H. (1972) Society and the Healthy Homosexual, St. Martin’s Press; [2] Cavina C. – Carbone R. Breve riflessione sull’uso dei termini “omofobia interiorizzata” e “omofobia sociale” in Cavina C. – Danna D. (a cura di) Crescere in famiglie omogenitoriali, FrancoAngeli, Milano 2009, p. 203; [3] D’Ippoliti C. – Schuster A. (a cura di) DisOrientamenti. Discriminazione ed esclusione sociale delle persone LGBT in Italia. Armando Editore, Roma 2011, p. 25; Montano A. (2007) L’omofobia interiorizzata come problema centrale nel processo di formazione dell’identità omosessuale. «Rivista di Sessuologia», vol. 31, n.1; [4] Cfr. Ratzinger J. E Julien Green ridiventò se stesso. «Osservatore romano», 14/5/2013; [5] Mieli M. Elementi di critica omosessuale (a cura di) Rossi Barilli G. – Mieli P. Feltrinelli (nuova edizione ampliata), Milano 2002, p. 166; [6] Ibidem, p. 157; [7] Ibidem, p. 39; [8] Ibidem, p. 185; [9] Ibidem, p. 51; [10] Ibidem, p. 39; [11] Chaplin B. On Heterophobia, Mens News Daily, 5/8/2004.

 

Fonte: il blog di Giuliano Guzzo