Messaggio del 25 dicembre 2014

Cari figli! Anche oggi vi porto tra le braccia mio Figlio Gesù e cerco da Lui la pace per voi e la pace tra di voi. Pregate e adorate mio Figlio perché nei vostri cuori entri la sua pace e la sua gioia. Prego per voi perché siate sempre più aperti alla preghiera. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.  

« Sinodo blindato, il Papa chiede un clima di intimità » di Nico Spuntoni

“L’Instrumentum Laboris è un testo martire destinato ad essere distrutto”. Alla prima congregazione generale dell’Assemblea Speciale sull’Amazzonia, Francesco ‘ridimensiona’ la portata del discusso documento preparatorio e ricorda ai padri sinodali che esso deve essere considerato semplicemente come un “punto di partenza per quello che lo Spirito ci aiuterà a fare durante il cammino che faremo”.

Una precisazione che, in qualche modo, sembra voler rispondere alle numerose critiche suscitate dalla pubblicazione dello “Strumento di lavoro” approvato dal Consiglio pre-sinodale.

L’attore principale del Sinodo – ha ricordato Francesco – è lo Spirito Santo, quindi non l'”Instrumentum Laboris”. Un discorso d’apertura, quello del papa, che ha manifestato una certa irritazione per il clamore mediatico creatosi attorno all’assise dei vescovi: “un sinodo – ha affermato Bergoglio – non è un parlamento, non è un call center, non è mostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere tra le reti per imporre qualsiasi idea o piano”.

Vicinanza alla gente, ma non ricerca della maggioranza; questa, in sintesi, è la linea dettata dal pontefice ai padri sinodali.

Francesco ha, inoltre, raccomandato “delicatezza e prudenza” nella comunicazione all’esterno, chiedendo ai partecipanti che “l’atmosfera d’intimità” sia preservata. Un monito per il quale si è avvalso anche dell’esempio, presentato come negativo, di “alcuni sinodi” precedenti: “un processo come quello di un Sinodo – ha detto il papa – può essere un po’ danneggiato se io quando esco da questa sala dico quello che penso, senza riflettere”.

Un invito diretto ai padri sinodali, dunque, a contenere le dichiarazioni a titolo personale fatte al di fuori dai briefing quotidiani organizzati dalla Sala Stampa della Santa Sede.

Il dibattito sull’evento apertosi ieri è intenso e forti sono le perplessità suscitate dall’indirizzo dei lavori preparatori, anche tra alcuni dei partecipanti. Il pontefice non lo ignora e, non a caso, ha parlato espressamente di “resistenze” che è “normale che ci siano perchè la vita del cristiano è così”.

Al tempo stesso, però, citando sant’Ignazio, ha invitato a non allontanarsi dalla “nostra Santa Madre Chiesa gerarchica”, contrapposta all’immagine di una “Chiesa sensazionalista” che cerca la maggioranza nei sondaggi.

Parole che sembrano suonare come un richiamo all’obbedienza. Conoscere ed avvicinarsi ai popoli indigeni dell’Amazzonia evitando un approccio ideologico e senza la pretesa di “disciplinarli” o di addomesticare la loro cultura: questo è l’obiettivo da egli proclamato per il cammino che ha aperto domenica con la Santa Messa in San Pietro.

Bergoglio ha invitato a conoscere ed interprerare la realtà amazzonica con gli occhi dei discepoli, e non con quelli delle ideologie, definita “un’arma pericolosa”.

Ne sarebbero una prova quelle colonizzazioni ideologiche che calpestano le culture dei popoli nativi e che portano inevitabilmente a fallimenti. Fallimenti da cui, secondo Francesco, non sarebbe stata esente neppure la Chiesa nel suo passato, quando si è macchiata di quello che egli ha definito “centralismo omogeneizzante”.

Il Sinodo, però, ha chiarito il pontefice, non avrà lo scopo di “inventare programmi di sviluppo sociale o custodia delle culture, del tipo museale o di azioni pastorali con lo stesso stile non contemplativo con cui vengono condotte le azioni di segno opposto: deforestazione, standardizzazione, sfruttamento”. Bergoglio ha concluso il suo intervento invitando i partecipanti a non perdere il senso dell’umorismo.

Ma è proprio una ‘battuta’ di spirito su uno degli indios presenti nella Basilica Vaticana con vistosi copricapo tradizionali nel giorno dell’apertura del Sinodo, ad aver rattristato il pontefice al punto da spingerlo ad una ‘frecciatina’ diretta a quelli che recentemente ha definito ‘sacerdoti rigidi’: “qual’è la differenza – si è chiesto Francesco – tra indossare piume sulla testa e il ‘tricorno’ usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?”.

 

La Nuova Bussola Quotidiana

 

COMMENTO

La battuta del papa: “Qual’è la differenza tra indossare piume sulla testa e il ‘tricorno’ usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?” l’abbiamo sentita anche riportata dalle tv, perché ha sortito un bell’effetto sugli ignoranti.

Allora ci permettiamo di rispondere noi a papa Bergoglio, anche se in maniera molto sintetica: il “tricorno” ha una storia di moda occidentale risalente al XVI secolo, evolutasi poi nel tempo con grande successo tanto che nelle città più eleganti si crearono delle vere e proprie manifatture per la loro lavorazione che, oltre ad “essere lunghissima e difficile, richiedeva materie prime assai costose (pelo di castoro, di coniglio, di lepre)”. (da Wikipedia)

Le piume dei copricapi tribali, insieme a zanne, artigli e code, hanno invece la loro ragion d’essere nello sciamanesimo. A seconda dell’animale da cui provengono possiedono caratteristiche simboliche ed energetiche diverse ed hanno un valore sacro perché sono inviate dagli spiriti. Infatti devono essere state trovate sulla propria via oppure essere state regalate dalla comunità a cui si appartiene.

Siamo al paganesimo puro, quindi il paragone con i cappelli occidentali acquistati in negozi o fatti realizzare su misura non è pertinente.

Paola de Lillo

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