Sono missili amari: una crisi che può sfuggire di mano – di Stefano Magni

missile iranianoUn fine settimana caratterizzato da una sventagliata di missili. Così è stata salutata un’opinione pubblica mondiale sempre più attonita di fronte alle provocazioni militari e agli insulti che si scambiano Corea del Nord e Usa. Ma questa volta la crisi si è allargata, perché il lancio di un nuovo missile iraniano e un test militare russo sono forieri di nuove gravi conseguenze. La “sceneggiata” dello scambio di minacce fra Usa e Corea del Nord è accompagnata da azioni militari intimidatorie.

L’aviazione statunitense, ieri, ha fatto volare bombardieri strategici B1-B Lancers (capaci di portare armi nucleari) nello spazio aereo internazionale, ma a ridosso di quello nordcoreano.

I Lancers sono decollati dalla base statunitense di Guam, più volte minacciata da Kim Jong-un.

L’intimidazione più grave, anche se meno credibile, risale a venerdì, dal ministro degli Esteri nordcoreano Ri Jong-ho (lo stesso che ieri, alle Nazioni Unite, ha definito Trump un “folle gonfio della sua megalomania”): il regime stalinista ha infatti ventilato l’ipotesi di effettuare un test nucleare in superficie, sulle acque dell’Oceano Pacifico.

E’ una minaccia meno credibile perché l’ultimo test nucleare di superficie (non sotterraneo, dunque) è stato condotto ben 37 anni fa in Cina: un missile lanciato nel deserto a più di 2000 km a Ovest di Pechino.

Un test di superficie è una provocazione senza eguali, mostra al mondo l’effettiva potenza di un ordigno, ma è anche terribilmente rischioso, perché espone le popolazioni più vicine alla mercé di chi lancia l’ordigno (sperando che sia preciso) e al fallout radioattivo che segue l’esplosione.

Per questo, dal 1980, nessuno ne ha più effettuati. L’ultimo eseguito dagli Usa, nell’Oceano Pacifico, risale addirittura al 1962. E dal 1963, Usa, Urss e Regno Unito hanno siglato un accordo che li vieta, sia in terra, che in mare che in orbita. Per questo è difficile che la Corea del Nord violi questa consuetudine pluri-decennale. Ma non impossibile. I mezzi per condurre un test di questo genere li ha già tutti.

Mentre sul Pacifico volavano i bombardieri americani e le minacce nordcoreane, sul Golfo Persico volava invece il nuovo missile iraniano.

E’ stato prima esposto al pubblico nella parata di venerdì scorso, che commemorava l’inizio della guerra Iran-Iraq (1980-1988), poi testato dal vivo.

Il nuovo vettore, battezzato Khorramshahr (una delle battaglie decisive della guerra contro l’Iraq), rappresenta un salto di qualità notevole, da un punto di vista tecnologico. Non tanto per la gittata di circa 2000 km (in grado di tenere sotto tiro, dunque, tutto il Medio Oriente, Israele incluso), già raggiunta dal precedente Shahab-3, quanto per la sua capacità di portare più testate. Si tratta, dunque, di una sfida maggiore per le difese anti-missile israeliane, che sono solo da poco in grado di affrontare la minaccia di missili a medio raggio.

Anche questo lancio è stato commentato come una “risposta” al discorso di Trump all’Onu, durissimo contro l’Iran e contro l’accordo sul programma nucleare.

Tuttavia la preparazione al test di ieri ha richiesto mesi ed era già programmata da molto prima che Trump aprisse bocca. Oltre al fatto che il Khorramshahr è stato progettato e costruito in anni di lavoro.

E’ semmai la dimostrazione, dunque, che l’Iran non ha mai rallentato il suo programma missilistico, nemmeno negli anni di maggior distensione con gli Usa di Obama.

Il programma missilistico e lo schieramento di un missile con testata multipla è anche una parziale smentita delle buone intenzioni dell’Iran sul suo programma nucleare, che ufficialmente dovrebbe essere interrotto e comunque solo a scopo civile.

Una smentita parziale, appunto, perché non è detto che un missile venga armato con testate nucleari.

Ma un vettore di quella gittata con testata multipla sarebbe sprecato, quasi non avrebbe senso, se dotato di testate convenzionali o chimiche, lanciabili con qualunque sistema d’arma attualmente in dotazione alle forze filo-iraniane presenti in Libano e Siria.

Quindi il test di ieri suona come un tetro avvertimento: l’atomica iraniana è prossima e ci sono già i mezzi per renderla operativa.

La provocazione iraniana va, piuttosto, letta come una collaborazione a distanza con la Corea del Nord.

E’ abbastanza abituale che un test nordcoreano sia seguito a ruota da uno in Iran e viceversa. I due Stati “canaglia”, inclusi entrambi della lista nera dell’Asse del Male da George W. Bush, hanno anche buona parte della tecnologia missilistica in comune, di origine cinese.

Ed entrambi, nel passato recente, si sono avvalsi della consulenza del più grande trafficante di tecnologia militare al mondo, Abdel Qader Khan, uno dei padri dell’atomica del Pakistan.

Infine, senza troppo clamore, contemporaneamente alle esercitazioni delle forze armate sul fronte europeo (le Zapad-17), mercoledì scorso i russi hanno testato il nuovo missile balistico intercontinentale Rs-24 Yars.

Il nuovo missile, che sarà schierato su lanciatori mobili, rientra nel programma decennale di ammodernamento del deterrente strategico della Russia.

Il fatto che sia stato lanciato proprio adesso non è casuale e aggiunge un fattore di inquietudine in più. Le manovre Zapad in corso, infatti, includono anche una parte di esercitazione della difesa civile: mettere al sicuro la popolazione durante una guerra nucleare, come si faceva frequentemente ai tempi dell’Urss, negli anni caldi della guerra fredda.

Questo vuol dire che i russi, contrariamente agli occidentali, in questo clima di terrore prendono sul serio l’eventualità di una guerra atomica. Noi non ci pensiamo neppure.

Anche la Cina sembra insofferente nei confronti della crisi alle porte. Se finora ha coperto la Corea del Nord, nel ruolo di suo unico alleato, ieri ha annunciato il drastico ridimensionamento dell’esportazione di petrolio e gas liquido (a partire dal prossimo 1 ottobre), da cui il regime eremita dipende.

E ha aggiunto il divieto di importazione di prodotti tessili, una voce importante dell’export nordcoreano. Si tratta dell’implementazione delle sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e votate anche dalla Cina contro l’ultimo test nucleare nordcoreano.

Il fatto che Pechino, contrariamente al passato, stia applicando sul serio le sanzioni può essere un atto di buona volontà nei confronti del presidente Trump, che presto si recherà in visita nella Repubblica Popolare.

Ma a maggior ragione è il segnale che anche la Cina teme che quest’ultima crisi stia un po’ troppo sfuggendo di mano.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana