“Spezzate la croce”, l’Isis dichiara guerra ai cristiani – di Valentina Colombo


DabiqNel giorno in cui in molte chiese hanno accolto rappresentanti dell’islam che hanno partecipato alla Santa Messa o hanno recato i saluti a seguito dell’atroce sgozzamento di padre Jacques Hamel, la risposta e la doccia fredda provengono direttamente dallo Stato Islamico.

Ieri, dopo lunga attesa, è stato pubblicato il nuovo numero della rivista dell’Isis Dabiq, il cui titolo è molto eloquente: Spezzate la croce.

Il riferimento, come compare nell’ultima pagina, è a un detto riportato nelle due principali raccolte di hadith (detti e fatti di Maometto), quella di Bukhari e quella di Muslim: “Abu Hurayra ha narrato che l’Inviato di Allah ha detto: ‘Per Colui la cui mano è la mia anima, molto presto il figlio di Maryam scenderà tra di voi, giudice equo. Spezzerà la croce, ucciderà il maiale, e metterà da parte la jizya. La ricchezza scorrerà sinché nessuno l’accetterà, sinché una singola prosternazione sarà più amata del mondo intero e tutto quel che contiene”.

Abu Hurayra allora aggiunse: “Recitate se volete: ‘Non vi è alcuno della Gente della Scrittura che non crederà in lui prima di morire. Nel Giorno della Resurrezione testimonierà contro di loro.’ (Corano IV, 159)”.

Sin dall’introduzione si ribadisce con fermezza l’invito a unirsi alla “religione del puro monoteismo, della verità, della misericordia, della giustizia e della spada”, ma si ricorda che “tra l’emissione di questo numero di Dabiq e il prossimo assassinio contro di loro ad opera dei soldati nascosti del Califfato – ai quali è stato ordinato di agire immediatamente – i Crociati possono leggere perché i musulmani li odiano e li combattono, perché i pagani cristiani dovrebbero spezzare le loro croci, perché i laici liberali dovrebbero ritornare alla religione naturale (fitra) e perché gli atei scettici dovrebbero riconoscere il loro Creatore e sottomettersi a Lui.”

Pur ponendosi apparentemente in continuità con il numero 4 della rivista che recava l’obelisco di Piazza San Pietro con la bandiera dell’Isis, se la copertina reca una fotografia scattata a Mosul nel 2014, se viene riproposta la visione islamica del cristianesimo che è politeista poiché crede nella Trinità, che ha alterato i propri testi religiosi pur di celare la venuta di Maometto, che crede nella crocifissione che non sarebbe mai avvenuta, il numero 15 di Dabiq compie un passo in avanti, forte anche degli ultimi attentati incluso quello nei confronti del primo sacerdote.

Vengono presentati, ad esempio, seguaci dello Stato islamico che si sarebbero convertiti dal cristianesimo all’unico vero islam. A pagina 36 l’interessante testimonianza di Umm Khalid al-Finlandiyya, una convertita finlandese, che denuncia la tiepida fede dei cristiani del suo paese che “vanno in chiesa per un matrimonio e un funerale” e che nella “maggior parte dei casi non sanno nulla della loro religione distorta, nonostante ne siano orgogliosi”.

Umm Khalid racconta che i suoi genitori non le parlavano mai della religione, che festeggiavano Natale e Pasqua, ma nulla più. Narra di avere incontrato per la prima volta l’islam sui banchi di scuola, ma che il salto sarebbe avvenuto con il matrimonio con un musulmano, seppur non praticante.

Incuriosita dopo i “benedetti fatti dell’11 settembre”, fu un vicino a prestarle il Corano.

Tuttavia la radicalizzazione avvenne attraverso il marito che le parlò del jihad, che venne arrestato dalle “autorità miscredenti”.

Quando il marito venne rimesso in libertà, fu immediata la decisione di “migrare” verso il Califfato unico luogo “puro” al quale Umm Khalid invita tutti i suoi connazionali di trasferirsi.

L’altra intervista presentata è quella di un altro convertito, Abu Sa’d al-Trinidadi, ovvero di Trinidad e Tobago. Siamo all’altro capo del mondo, un percorso diverso.

Nato in una famiglia di cristiani battisti praticanti, Abu Sa’d viene a contatto con l’islam mentre lavora in un call center e successivamente l’incontro con il jihadismo locale anti-governativo e le letture dei classici del jihadismo a partire da Anwar Awlaqi, infine azioni in loco e “migrazione”.

Abu Sa’d fornisce inoltre un dato interessante: il 40% degli abitanti di Trinidad che sono migrati sono convertiti. Ultimo, ma non meno importante, invita a “colpire gli interessi della coalizione vicina a voi, comprese le loro ambasciate, le loro aziende e i ‘civili’.

Date fuoco alle loro istituzioni governative così come loro lanciano bombe sugli edifici dove vige la Legge di Allah”. Segue la storia di altri due convertiti canadesi con genitori giamaicani e della Guyana.

Il messaggio del numero 15 di Dabiq non sembra essere però un appello a colpire il nostro paese, bensì a tutto ciò e tutti coloro che possono essere definiti crociati, occidentali in senso lato o cristiani in particolare.

Il messaggio è colpire dove possibile. A pagina 28 viene ripetuto il seguente messaggio del portavoce del Califfato Abu Muhammad al-‘Adnani: “Se i tawaghit vi hanno chiuso in faccia la porta dell’egira, allora aprite le porte del jihad nelle loro case… se uno di voi vuole e cerca di raggiungere i territori dello Stato islamico, allora sappiate che ognuno di noi vorrebbe essere al vostro posto per agire sui Crociati, giorno e notte, terrorizzandoli e spaventandoli, sino a che il vicino avrà paura del proprio vicino.”

Come si è già avuto modo di osservare nelle ultime settimane il Califfato, colpito nei propri territori centrali, sta mutando strategia e, pur invitando alla migrazione, ordina di agire ovunque.

Quindi l’appello fondamentale è quello di agire sia contro governi “tiranni”, sia contro i membri della coalizione anti-Isis, sia contro i cristiani e i miscredenti ovunque siano.

Le categorie dei nemici dello Stato islamico sono elastiche, come sono elastiche le modalità di reclutamento, al punto tale da rendere più complesso ogni tentativo di intercettazione e prevenzione da parte delle autorità preposte.

Lo Stato islamico si sta dimostrando sia molto abile ad adattarsi a nuove condizioni sia molto pragmatico nelle scelte. Infine se le storie presentate da un lato allargano l’orizzonte geografico del reclutamento, dall’altro sottolineano la debolezza della nostra identità cristiana e dell’attaccamento ai nostri valori che dovrebbero invece diventare la nostra arma psicologica più forte, ma che troppo spesso viene dimenticata o annacquata.

Le croci non verranno spezzate se le difenderemo, ma se le abbandoneremo si spezzeranno da sole prima dell’arrivo del jihadista di turno.

Fonte: La NBQ