Storia di una spietata chirurgia demografica

I cento anni Dalla copertina del libro di Ferrara e Pianciolache vanno dalla guerra di Crimea (1853), alla morte di Stalin (1953) sono stati segnati dallo spostamento coatto di intere popolazioni, per un totale di circa trenta milioni di persone. Probabilmente si è trattato del maggiore esodo non volontario della storia. Ad analizzarlo, spiegandone motivi e modalità, sono Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola nel volume L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953(Bologna, il Mulino, 2012, pagine 501, euro 29). L’area interessata da tali migrazioni coincise con quella che viene definita l’“Europa di mezzo”, divisa fino alla prima guerra mondiale fra gli imperi zarista, tedesco, asburgico e ottomano.


E, pur partendo dalla seconda parte dell’Ottocento, il fenomeno si concentrò soprattutto nella prima metà del Novecento.

Si trattò di operazioni mirate, dunque, pianificate e portate a termine con estrema precisione, che, tra la guerra di Crimea e le guerre balcaniche (1853-1913), coinvolsero circa un milione e duecentomila persone, cui si aggiunsero durante il primo conflitto mondiale e negli anni immediatamente successivi, fino al 1923, altri sette milioni e trecentomila individui. Nel periodo tra le due guerre il regime sovietico fu l’unico ad attuare politiche di migrazione forzata che condussero alla deportazione di due milioni e seicentomila persone.

Numeri già consistenti, che però raggiunsero il picco negli anni seguenti, immediatamente prima e durante il secondo conflitto mondiale, interessando in Europa circa venti milioni di uomini, donne e bambini, vittime dei progetti nazisti e sovietici, nonché degli scambi di popolazione tra gli stati satellite della Germania e delle vendette contro le popolazioni tedesche al termine della guerra.

Per precisa scelta, vista anche la mole di letteratura già esistente, lo studio non prende in esame le deportazioni dirette verso i sistemi concentrazionari sovietico e nazista, né quelle volte a rastrellare manodopera per lo sforzo bellico. L’attenzione è invece rivolta «agli spostamenti forzati di popolazione che avevano come obiettivo la rimozione di una o più categorie di popolazione, identificate secondo criteri sociali (appartenenza a un ceto o a una classe) o culturali (lingua, religione)» e che «possono essere considerati episodi di vera e propria chirurgia demografica».
Gaetano Vallini

Fonte: L’Osservatore Romano20 luglio 2012