Un bambino tutt’altro che “obvious”


1914, Paddington, Londra. Una giovane donna, Agnes Cuff, fragile ed instabile, con poche prospettive e molto povera, scopre di essere incinta. Il padre della creatura non ne vuole sapere ed ella si ritrova sola, svergognata, povera ed in attesa di un bambino. Ai nostri giorni sarebbe stata incoraggiata a recarsi in una clinica abortiva e a porre fine a quella gravidanza non desiderata. Ma allora, in Inghilterra, l’aborto era un reato e così il bambino nacque.

 

2014, Williamsburg, New York. Una giovane cabarettista, Donna Stern, fragile ed instabile, traumatizzata per essere stata abbandonata dal fidanzato, si rifugia nell’alcol e in una vita sessualmente sregolata. Finalmente incontra il “ragazzo giusto”, ma scopre di essere incinta (di un altro). Parenti ed amiche le assicurano con correttezza bipartisan “vicinanza in ogni caso” e Donna decide di disfarsi del figlio per “rifarsi” un’esistenza: dopo l’aborto, vivrà felice e contenta, senza alcun senso di colpa.

La prima è una storia vera. La seconda è la trama di un film (Obvious child, titolo tratto da una canzone di Paul Simon) girato lo scorso anno da una regista statunitense di chiari origini francesi, Gillian Robespierre, cha ha al suo attivo solo questo film e il “corto” del 2009 dallo stesso titolo e dalla stessa trama. Nomen omen, la Robespierre banalizza l’aborto come un’operazione di normale routine che non lascia alcun segno né sul corpo né sulla coscienza.

Il film è stato presentato al Sundance Film Fesival, dove ha vinto il Red Crown Producer’s Award ed è tornato alla ribalta perché la stampa progressista ha stigmatizzato il fatto che non sia stato candidato agli Oscar in alcuna categoria. Così scrive Emily Blake su Entertainment Weekly: «La ragazza decide di abortire e persegue la sua decisione. E (sorpresa!) l’aborto non le rovina la vita, ma tutto prosegue per il meglio».

La Blake difende il film definendolo una “divertente commedia romantica” e, respingendo l’accusa che esso sia una “commedia sull’aborto” (“abortion comedy”, come è stata bollata da alcuni critici), sostiene che «sarà ricordato dalla storia [addirittura!] meglio di quanto sia stato fatto dagli Oscar».

 

Allora accogliamo il suggerimento e torniamo alla storia, quella vera e non quella immaginata da Emily Blake. Nel 1914, a Londra, la giovane Agnes Cuff non poté usufruire delle gioie dell’aborto.

Al bambino che nacque fu imposto il suo cognome Cuff (ma venne registrato come “de Cuff”). A vent’anni però il ragazzo preferì sostituire il cognome con il proprio secondo nome, che ricordava le origini irlandesi del padre: Guinness.

 

E così Alec de Cuff si fece chiamare Alec Guinness, quando iniziò una brillante carriera teatrale che lo portò ad essere considerato tra i massimi attori inglesi del XX Secolo, al fianco di John Gielgud e di Laurence Olivier, affermandosi presto come “uno dei più completi interpreti shakespeariani” e divenendo un’icona dell’eleganza nel cinema.

Sappiamo bene quello che avremmo perso se Agnes Cuff avesse deciso di abortire. Quello che non sappiamo è se la vita della donna sarebbe stata davvero felice e spensierata se ella si fosse liberata del suo “obvious child”…

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana