Vaticano, i tradimenti del passato


Non sarebbe la prima volta nella storia recente della Chiesa che un caso di tradimento del Papa e della Santa Sede, per quanto grave e doloroso, si chiude con il perdono del reo. Così se Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo del Papa in carcere per furto aggravato, ottenesse la grazia da Benedetto XVI, non costituirebbe un precedente. Il perdono è arrivato anche in altri casi, tra cui due particolarmente clamorosi, scoppiati a breve distanza uno dall’altro, durante il pontificato di Pio XII.
Casi diversi, ma con molte analogie, sia per l’eco mediatica, sia per l’immagine distorta del Vaticano che suscitarono. Il primo fu quello di un monsignore della Segreteria di Stato, Edward Prettner Cippico, che nel 1948 fu condannato dal Vaticano per aver falsificato lettere e firme dei suoi superiori ai fini della truffa e, quasi contemporaneamente, per appropriazione indebita dallo Stato italiano. Cippico, che divenne l’epicentro della campagna elettorale del Fronte Popolare contro la Dc nelle elezioni del 1948, le prime della neonata Repubblica, scontò due anni nelle carceri italiane, fu ridotto allo stato laicale e ci mise quasi dieci anni per riabilitarsi ed essere perdonato da Giovanni XXIII.
Cippico, triestino, era entrato in Segreteria di Stato nel 1935, come minutante con incarico di archivista nella prima sezione della Congregazione Affari Ecclesiastici Straordinari. Aveva ottenuto anche l’incarico di Cameriere Segreto soprannumerario. Si era distinto durante la guerra per l’assistenza clandestina agli ebrei perseguitati e, negli anni della ricostruzione, sembrò adatto per fare da tramite tra imprenditori italiani, che dovevano acquistare macchinari negli Usa e istituti religiosi americani che potevano agevolarli.
Ma nel 1947 cominciarono ad arrivare in Segreteria di Stato diverse segnalazioni su irregolarità riscontrate in un giro di operazioni valutarie con l’estero in cui erano coinvolti ecclesiastici della Santa Sede. E, a un mese dalle elezioni dell’aprile 1948, L’Osservatore Romano rese noto che Prettner Cippico era stato espulso dalla Segreteria di Stato in quanto imputato di falsi e truffe, aggiungendo che era stato sottoposto a istruttoria e arresto preventivo, che aveva confessato i suoi delitti, ma che si era reso latitante e che per questo era stato ridotto alla stato laicale.
Secondo l’accusa aveva utilizzato illecitamente carta intestata, timbri della Segreteria di Stato e falsificato le firme dei suoi superiori per realizzare false lettere della Segreteria di Stato, che garantivano la copertura finanziaria delle sue operazioni con l’estero. Ma non finisce lì, perché Cippico viene arrestato dalla polizia italiana per appropriazione indebita di gioielli che gli erano stati affidati e di cui aveva denunciato il furto. Risultato: la foto di don Cippico in manette tra i carabinieri va su tutti i giornali e lo slogan “Don Cippico=Dc” risuona in ogni piazza d’Italia.
Il sacerdote uscito dal carcere riesce con molta fatica a dimostrare la sua buonafede e su alcuni fatti anche la sua innocenza. Nel 1957 ottiene una riabilitazione ecclesiastica e, grazie anche al perdono di papa Giovanni XXIII, riottiene anche l’abito talare. Morirà in povertà, ma il suo nome restò per anni sinonimo di truffatore.

Il secondo caso scoppia nell’aprile del 1952, in piena campagna per le elezioni del comune di Roma. Un gesuita della Pontificia Università Gregoriana, Alighiero Tondi, abbandona platealmente la Compagnia di Gesù per aderire al Partito comunista italiano, annunciando di voler rivelare presunti segreti scomodi della Compagnia di Gesù e del Vaticano. Tondi affermava che il suo scopo era purificare il cristianesimo: «Il comunismo non è un persecutore della Chiesa in quanto la libera dai suoi mascalzoni», diceva nei comizi.

Ma anche per lui, apostata, ridotto allo stato laicale, sposato, arrivò il perdono e il reintegro nel sacerdozio, attraverso un cammino durato quasi trent’anni. Eppure nel 1952 fu un caso drammatico: scoppiò in concomitanza con l’Operazione Sturzo, il progetto di un’alleanza tra la Dc e le destre per impedire la vittoria dei comunisti nelle elezioni amministrative del comune di Roma.
All’operazione, che avrebbe creato enormi difficoltà al Governo nazionale presieduto da De Gasperi e che fu bloccata in extremis da Pio XII, partecipava anche Tondi, allora vicedirettore e segretario dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi della Gregoriana: secondo un’informativa arrivata sulla scrivania dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti (conservata nel suo archivio all’Istituto Sturzo), aveva ricevuto da parte dei suoi superiori della Gregoriana il compito di tenere contatti con esponenti dei partiti politici, di raccogliere informazioni, di esercitare una qualche influenza sui direttivi dei partiti.
Ma Tondi, che ebbe contatti autorizzati anche con correnti di estrema destra e di estrema sinistra (formazioni clandestine comprese), si spinse ben oltre la diplomazia parallela dei gesuiti. Diplomazia che in quegli anni era entrata più volte in rotta di collisione con la politica di De Gasperi, ma che si giustificava con la grande considerazione che aveva Pio XII (e prima di lui Pio XI) della Gregoriana e della Civiltà Cattolica.
Anche per questo, la conversione al comunismo del gesuita romano, a cui fece seguito il suo matrimonio con Carmen Zanti, un’attivista comunista, riempì pagine di giornali in Italia e all’estero e preoccupò una sponda e l’altra del Tevere. Anche perché Tondi faceva intendere di essere in possesso di «parecchi documenti concernenti particolari posizioni e fatti di personalità di Governo e di eminenti figure in Vaticano e della compagnia di Gesù» e di essere pronto a usarli, come riporta un altro documento conservato nell’archivio Andreotti. Ma nei suoi libri, Vaticano e neofascismo e La potenza segreta dei Gesuiti, c’è solo la vulgata comunista in voga al tempo, a cui il doppiogiochista Tondi (così lo definiva l’Osservatore Romano) aveva aggiunto solo il livore dell’ex.
Come in un articolo del 22 maggio 1952 sull’Unità, in cui Tondi riporta uno dei suoi colloqui riservati con Giovanni Battista Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, nel quale mette in bocca al futuro Paolo VI una sequela di frasi ciniche e sprezzanti su De Gasperi e Fanfani. Calmate le acque, di Tondi non si parlò più, anche perché fu mandato dal Pci a insegnare nella Germania dell’Est. Lì iniziò per lui un lento cammino di ripensamento, che lo portò a chiedere, già nel 1965, sinceramente perdono alle autorità ecclesiastiche.
Tondi ottenne proprio da papa Montini, che aveva in un certo senso diffamato, la sanatio in radice del suo matrimonio e, nel 1980, rimasto vedovo, fu reintegrato nel clero di Reggio Emilia. Ma la riconciliazione e il perdono non hanno impedito la nascita di alcune leggende nere che continuano a seguire sia lui che monsignor Cippico. Quest’ultimo, infatti, fu anche tacciato di essere una spia al servizio dei sovietici fin dagli anni Trenta. Il monsignore negò, ma dal momento che non perseguì legalmente chi lo accusava, l’etichetta di spia gli restò appiccicata, così come quella di potente faccendiere implicato in fantomatici traffici.
Non è andata meglio a Tondi, accusato non solo di essere un agente provocatore ma, cosa ancor più grave, una spia comunista che causò l’arresto di vescovi e sacerdoti che operavano in clandestinità nell’Est Europeo. Solo una leggenda nera, ma gli slogan dei comizi di Tondi come quello: «Le carceri cecoslovacche sono bellissime» non hanno giovato a riabilitarne la figura. In questi casi, che il papa perdoni può essere un’ipotesi concreta e verosimile, ma dal frullatore dei veleni e dei sospetti non se ne esce quasi mai definitivamente.
Roberto RotondoFonte: Avvenire