Vatileaks, il faccia a faccia tra Georg e Gabriele


Si ritrovano domani in dibattimento, l’uno di fronte dopo la scoperta quattro mesi fa del clamoroso tradimento. L’imputato reo confesso Paolo Gabriele, trovato in flagranza di reato e il testimone più atteso, don Georg Gaenswein, si rivedranno in aula e probabilmente sarà proprio la deposizione del segretario papale ad incastrare il “corvo”.

Don Georg è divenuto, come il suo predecessore don Stanislao Dziwisz nell’ultima parte del pontificato wojtyliano, il baricentro e il mediatore degli equilibri di una Curia in cui, tra veline e veleni, volano corvi e scavano talpe.

Il presidente del Tribunale Giuseppe dalla Torre prevede altre quattro udienze, tutte entro questa settimana e ritiene che potrebbero essere sufficienti per pronunciare una sentenza. Scontata una condanna, quasi altrettanto la grazia papale.

Del resto lo scenario è già stato tracciato nella requisitoria del Promotore di Giustizia vaticano Nicola Picardi, completamente recepita a metà agosto nella sentenza di rinvio a giudizio pronunciata dal giudice istruttore Piero Antonio Bonnet. Don Georg, insieme all’altro segretario del Pontefice don Alfred Xuereb, alle quattro Memores Domini che prestano servizio nell’appartamento di Joseph Ratzinger, a Birgit Wansing e allo stesso Paolo Gabriele, si è riunito il 21 maggio, prima dell’arresto, in un drammatico incontro chiarificatore affinché ognuno si assumesse le proprie responsabilità.

Secondo la ricostruzione fornita ai magistrati da monsignor Gaenswein, l’ex aiutante di camera si mostrò “freddo”  nel negare qualunque addebito. Poi il carcere, le ammissioni e il ruolo mai chiarito di un “padre spirituale”. Domani in aula il collegio giudicante chiederà al braccio destro del Pontefice di ricostruire quelle circostanze: due dei documenti trafugati dall’Appartamento li poteva avere solo “Paoletto”.

Allo scrittore suo connazionale, Peter Seewald nel 2007 don Georg raccontò il passaggio di testimone con il predecessore Stanislao Dziwisz: «Non esiste una scuola di “etichetta papale”. Ho solo avuto un colloquio a quattr’occhi con il mio predecessore». È stato circa due settimane dopo l’elezione e l’ingresso nell’appartamento. «Don Stanislao mi ha messo in mano una busta in cui c’erano alcune carte e la chiave di una cassaforte, una cassaforte molto vecchia fabbricata in Germania; poi mi ha detto solo: tu adesso hai un compito molto importante e molto bello, ma molto molto difficile. L’unica cosa che ti posso dire è che il Papa non deve essere schiacciato da niente e da nessuno, come fare lo devi capire da solo». Top secret il contenuto della busta: «Sono cose che si tramandano da un segretario del Papa ad un altro».

Sabato il tribunale ha stralciato dagli atti un colloquio avvenuto tra il comandante della Gendarmeria, Domenico Giani e don Georg dopo che la difesa del maggiordomo ne aveva contestato il merito.  Il pm Picardi ha obiettato che è stato Giani a darne informazione per completezza, ma non è un fatto essenziale quindi il tribunale ha stralciato il testo.

Stessa sorte per due colloqui tra Giani e Gabriele avvenuti senza la presenza dell’ avvocato. Inoltre la legale dell’ex maggiordomo aveva sollevato un’eccezione di competenza (respinta) per ottenere il giudizio di un tribunale canonico sulla violazione del segreto pontificio. Domani a contendere la scena a Gabriele, mentre attorno sull’aula sono puntati gli occhi del mondo sarà proprio don Georg.

Il segretario papale non è più solo l’«angelo custode» dell’appartamento pontificio ma il «dominus» di quei Sacri Palazzi che appena arrivato descriveva ai mass media tedeschi con un misto di timore e distanza: «Il Vaticano è anche una corte e ci sono chiacchiere e pettegolezzi da corte. Ma ci sono anche frecce che vengono scagliate in maniera consapevole e mirata. All’inizio ho dovuto imparare a conviverci». Poi una confidenza che suona quasi come in una profezia di Vatileaks: «Un punto debole sono sicuramente le indiscrezioni. Purtroppo ci sono sempre fughe di notizie sulle nomine, sull’elaborazione di documenti o sulle misure disciplinari. Non è solo spiacevole, c’è anche il pericolo che venga esercitata un’influenza dall’esterno che porta con sé irritazioni».

Fonte: Vatican Insider