Vittorio Messori e Medjugorie


Ieri, sul Corriere della Sera, Vittorio Messori ha parlato di Medjugorie. In parte ha ripetuto, più in breve e con meno dettagli, quanto già scritto in passato, sempre sul Corriere, alcuni anni fa (24/2/2005), riguardo alla sua personale esperienza:

“Erano i primi anni Ottanta, le autostrade erano cosa da Paese capitalista, per attraversare l’Istria e poi scendere verso Sud, lungo la riviera dalmata, non c’era che la vecchia strada federale, angusta e pericolosa.

Quando stavo finalmente per giungere alla meta, incappai nel posto di blocco della Milizia comunista: domande sospettose, perquisizioni, sequestro della Bibbia che avevo con me, ammonimenti a non fare «proselitismo».

Ero tra i primi a giungere in quel luogo aspro e remoto, dal nome significativo: Medjugorje, in mezzo ai monti. Dal passaparola più che dai media, che davano solo poche e imprecise notizie, avevo saputo che un gruppo di giovanissimi affermava di «vedere la Gospa», la Signora, la Madonna.

E che la cosa stava coinvolgendo folle crescenti nella Jugoslavia orfana di Tito da un anno e dove la religione era ancora una sorvegliata speciale. Partii, dunque, più che da devoto, da giornalista e da studioso del fenomeno delle apparizioni mariane, da amico e discepolo dell’abbé Laurentin, il maggiore storico di Lourdes e divenuto poi il più autorevole autore su Medjugorje.

 

Così, grazie alla tempestività del viaggio, fui tra i pochi che ebbero un privilegio invidiato poi dai milioni di pellegrini che seguirono. Quello che chiamavano «l’Incontro» avveniva all’imbrunire nella sagrestia della moderna e strana chiesa del luogo: strana perché enorme, in mezzo a una sorta di deserto stepposo e pietroso, un gigantesco edificio per una parrocchia povera e minuscola, come per l’intuizione che lì sarebbero accorse delle folle.

La sagrestia era stipata da gente in piedi, ma tra i francescani qualcuno aveva letto la traduzione di qualche mio libro e mi concessero di pormi in prima fila.

Dovetti sgomitare per mantenere la posizione, cui non volevo rinunciare: per la prima volta potevo assistere a un fenomeno che avevo conosciuto solo su libri e documenti polverosi.

Arrivarono i sei giovanissimi, dai 6 ai 16 anni, cominciarono a pregare ad alta voce, anch’essi in piedi. Non avevano davanti una statua o una immagine, guardavano verso l’alto.

Ad un tratto, la preghiera si interruppe e, in sincronia, si lasciarono cadere sulle ginocchia, a corpo morto, con un tale tonfo che pensai a rotule fratturate. Invece, sul volto dei ragazzi, comparvero i segni di una enigmatica trasformazione: si illuminarono, tutti, con un sorriso e, alternandosi, cominciarono un dialogo che si intuiva dalle labbra che si muovevano, senza che noi spettatori udissimo alcun suono.

 

Ero lì come osservatore doverosamente critico, non cedetti all’aura di misticismo che impregnava il piccolo locale sovraffollato, scrutavo il volto dei giovani, a un paio di metri di distanza. Erano, lo dicevo, in sei, inginocchiati uno accanto all’altro: la visione doveva muoversi, perché la seguivano con lo sguardo.

Fissai l’attenzione sugli occhi, constatando che tutti si muovevano in sincronia e nella stessa direzione: eppure, in quella posizione, l’uno non poteva vedere l’altro, era evidente che seguivano «qualcosa» che tutti vedevano e che si spostava nell’aria, davanti a loro.

Eguale sincronia nell’alternarsi dei sorrisi e delle espressioni addolorate: nel colloquio la Gospa, se davvero di Lei si trattava, alternava parole amorevoli ad avvertimenti inquietanti e i ragazzi reagivano all’unisono.

Ma, lo dicevo, vista la posizione, non era possibile che si spiassero e si imitassero a vicenda. In perfetta contemporaneità fu anche la fine, dopo circa un quarto d’ora. I sei riebbero il volto di sempre, non più trasfigurato, ritrovarono la voce udibile anche da noi per una preghiera, si alzarono e si allontanarono.

Raggiungevano il francescano, loro padre spirituale, che li attendeva nella casa parrocchiale e a lui davano relazione dell’incontro e comunicavano il «messaggio».

Non conoscendo il croato, per giunta nella particolare forma dialettale parlata in Erzegovina, non fui in grado di constatare di persona quanto mi avevano assicurato quei religiosi. I ragazzi, cioè, venivano interrogati subito e separatamente: la coincidenza dei loro resoconti si aggiungeva alla coincidenza dei loro sguardi e delle loro mimiche facciali durante «l’Incontro»”.

 

Ieri, senza prendere alcuna posizione, ha aggiunto alcuni dettagli:

“È un aspetto che spesso si dimentica: Tito era morto da un anno, i successori già annusavano lo sfascio che si sarebbe poi verificato e, dunque, per salvarsi, invece di allentare i freni li stringevano, anche a proposito di lotta antireligiosa.

Non erano di certo tempi favorevoli, quelli, per chi avesse voluto organizzare una sceneggiata di false apparizioni dal Cielo, utilizzando per giunta ben sei piccoli e piccolissimi: troppi e troppo giovani per giocare in modo attendibile una commedia che il primo interrogatorio di una polizia famosa per la brutalità poteva smascherare…”.

Ma allora, le apparizioni di M. sono vere o false? Ci sono state in un primo tempo, come sostiene qualcuno, e poi più? Sembra vicino un verdetto, ma forse le domande rimarranno ancora per un po’ senza risposta.

Antonio Righi

 
articolo pubblicato su Libertà e Persona