A colloquio con Wanda Półtawska. Il mio amico che divenne Papa


Cosa sognavano le studentesse  polacche del liceo di Lublino nel lontano 1939? Forse tutto quello che sognavano le loro coetanee: la felicità, le serate al cinema e al teatro, i balli, l’amore, le gite con gli amici. Ma la follia nazista ha rubato a quella generazione di ragazze polacche i sogni e la felicita, rendendo le loro vite un inferno che duro cinque anni.

Quando il 1° settembre le armate tedesche attaccarono la Polonia dando inizio alla seconda guerra mondiale Wanda Wojtasik (questo e nome da nubile di Połtawska) aveva 17 anni e frequentava il liceo delle suore orsoline a Lublino nel sud-est della Polonia. Era responsabile di un gruppo scout. Non c’è da meravigliarsi che la giovane donna decise di entrare nelle strutture clandestine della resistenza polacca (Associazione della lotta armata). Purtroppo, nel febbraio del 1941 viene scoperta, arrestata e rinchiusa per mesi nella terribile prigione di Lublino: malmenata, non rivela nessun nome dei compagni di lotta. In settembre viene trasportata, insieme ad altre polacche, al campo di concentramento di Ravensbruck. Dietro la porta del campo smise di essere una persona: divenne la prigioniera numero 7709.

Ravensbruck è un paesino nella regione tedesca di Meclenburgo,  sulle rive del lago Schwedt-See. In questo paesaggio idilliaco i nazisti costruirono una delle loro “fabbriche della morte”. Durante la guerra vi vennero imprigionate centotrentamila donne provenienti da ventisette nazioni. Quarantamila le polacche: ne sono sopravvissute ottomila. Malnutrite e tenute al freddo, le prigioniere furono costrette al lavoro disumano, torturate e uccise. A fucilate o con il gas nel forno crematorio.

Wanda non fu fucilata: divenne Kaninchen. Questa parola in tedesco significa coniglio, ma a Ravensbruck aveva un significato tremendo: Kaninchen era una prigioniera destinata alle “sperimentali” operazioni dell’equipe medica della vicina clinica per le SS diretta dal dottor Gebhard.

Gli esperimenti riguardavano i nuovi farmaci destinati alla cura delle infezioni delle ferite dei soldati al fronte. Le prigioniere venivano deliberatamente ferite, fratturate e infettate.

In alcune ferite vennero introdotti pezzi di legno o stoffa per sviluppare la gangrena. Successivamente le ferite venivano curate con i nuovi farmaci per verificarne l’efficacia.

Altri esperimenti riguardavano il processo di rigenerazione di ossa, muscoli e nervi, e la possibilità di trapiantare ossa da una persona  all’altra: alcune donne subirono amputazioni, altre “soltanto” fratture e ferite. E cosi Wanda, una tra le 74 polacche, divenne una cavia umana.

Fu operata alle gambe e quello “sperimentale”intervento le causo dolori tremendi: stava per impazzire. Accarezzò anche l’idea di buttarsi sul filo spinato dell’alta tensione per farla finita.

Le Kaninchen dovevano essere eliminate, ma le altre prigioniere si batterono in difesa delle compagne e alla fine i nazisti decisero di risparmiarle.

Il campo fu liberato dai soldati sovietici il 30 aprile 1945 e Wanda, a piedi e con vari mezzi di fortuna, tornò a Lublino. Ma non poteva restare nella sua città : ogni angolo le ricordava gli amici e i conoscenti morti durante la guerra. Era insopportabile.

Wanda decise allora di trasferirsi a Cracovia. Ma il cambio di residenza non cancellò gli incubi legati alla sua prigionia. Quando qualcuno le chiedeva chi fosse, le veniva spontaneo rispondere: “Numero 7709”. Di fronte alla Shoah tanti ebrei si chiedevano dove fosse Dio mentre loro morivano; dopo le sue esperienze dell’inferno nazista, Wanda si chiedeva: chi e l’uomo? Un’amica le consigliò di scrivere un libro per elaborare il dramma interiore che la tormentava: così sono nate le memorie del campo di concentramento intitolate  “E ho paura dei miei sogni” (in italiano pubblicate dall’Editrice San Paolo). Ma né gli studi di medicina, né la filosofia e nemmeno il matrimonio e la vita familiare placarono le sue inquietudini. Finché non incontrò un uomo, un sacerdote che seppe capirla.

Come è cominciato il suo intenso rapporto spirituale con Karol Wojtyła?

Quando sono tornata in Polonia dopo gli anni di prigionia mi tormentava la domanda: chi e l’uomo? Cercavo la risposta per capire me stessa. Né gli studi, né gli amici e i confessori mi aiutavano. Un giorno andai nella basilica di Santa Maria. Mi misi a pregare come d’abitudine davanti al grande crocifisso, quando entrò nella chiesa don Wojtyła, che conoscevo dalla pastorale dei medici. Si inginocchiò e andò al confessionale. Lo seguii come se fossi spinta da qualche forza. Mi confessai: ricordo il grande sollievo e il senso di pace. Finalmente avevo trovato qualcuno che mi capiva veramente. Dopo la confessione mi disse: “Vieni domattina alla messa. Vieni ogni mattina2. Ho capito subito che era un sacerdote santo con una rara capacità di ascoltare. Per questo Wojtyła divenne il mio confessore e la guida della mia anima.

Qual era il metodo pastorale di Karol Wojtyła?

Quello della meditazione biblica: ogni mattina dopo la santa messa mi preparava un breve brano biblico da meditare. Durante la giornata io meditavo sul testo e scrivevo le mie riflessioni. Lui leggeva tutto e aggiungeva i suoi commenti. Questo tipo di documenti sono diventati una parte consistente del mio ultimo libro.

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l suo rapporto con don Wojtyła non era soltanto spirituale ma anche, direi, professionale

E vero. Io ero allora una giovane psichiatra impegnata nel consultorio per i giovani. Venivano da me in cerca di aiuto anche tante coppie in crisi. Subito mi resi conto che avevo bisogno di un sacerdote. Don Wojtyła si occupava di questo tipo di pastorale e così ha cominciato ad aiutarmi.

Collaboravate  nell’ambito della difesa della vita e della famiglia. Come e nata in lei la sensibilità a questi problemi?

Durante la prigionia a Ravensbruck vedevo i nazisti buttare i neonati nei forni crematori: mi ripromisi che, se fossi sopravvissuta, avrei studiato medicina e difeso la vita. Nel 1956 nella Polonia comunista fu varata la legge sull’aborto. Io come medico, e lui come sacerdote (responsabile

della pastorale dei medici) ne fummo impressionati. Iniziammo così un lavoro comune contro questa legge. L’impegno di salvare una vita nuova che sboccia cominciò allora ed è durato per oltre cinquant’anni. Nel 1967, con l’aiuto del cardinale Wojtyła, ho organizzato a Cracovia l’Istituto teologico della famiglia che ho diretto per 33 anni.

Giovanni Paolo II è passato alla storia come il Papa della teologia del corpo. Da quando Wojtyła cominciò a interessarsi a questo aspetto?

Si interessava di antropologia da sempre. E in questo contesto si interessava dell’amore tra l’uomo e la donna e della santità della famiglia. Teneva moltissimo alla famiglia perché proprio in famiglia si forma — o dovrebbe formarsi — la personalità di ogni uomo. Allo stesso tempo si rendeva conto che l’amore in famiglia dipende dalla corretta comprensione dell’aspetto corporale della relazione tra uomo e donna. A Cracovia collaborai con lui alla stesura di “Amore e responsabilità”. Nel 1979, già da Pontefice, cominciò un ciclo di catechesi sull’amore umano nel piano divino, ma le bozze di queste riflessioni erano già pronte qui: lui divise solo il testo in catechesi. E non ci scordiamo che Wojtyła diede il suo grande contributo nella preparazione dell’Humanae vitae.

Da Papa, il 24 dicembre 1978, Wojtyła le scrive: Sei stata per me il mio esperto personale nel campo di Humanae Vitae. E stato cosi per più di vent’anni e questo bisogna continuare a mantenerlo. Quindi il contributo di Wojtyła nella preparazione dell’enciclica è anche il suo contributo. E il Papa nella lettera le chiede di seguire e riferire a lui tutto quello che succede in questo campo.

E io ho continuato a farlo come mi aveva chiesto. La sua lotta in difesa della vita le ha procurato parecchi nemici: lei è diventata la pecora nera delle femministe polacche e in certi ambienti non le perdonano di paragonare il dramma dell’aborto alla Shoah. Come possono certe femministe   sbandierare in Parlamento la libertà della donna e allo stesso tempo condannare a morte nel grembo materno gli esseri più indifesi? Il numero di aborti nel mondo è spaventoso e supera largamente il numero delle vittime delle guerre.

Parliamo di un momento doloroso per lei: nel 1962 scopri di avere un cancro.

Quando Wojtyła era a Roma per il concilio Vaticano II io mi sentii male. Il vescovo fu informato con un telegramma da mio marito che ero in ospedale e lui, su suggerimento di monsignor Deskur, si rivolse a padre Pio. Nella sua lettera chiedeva al frate preghiere per un’ammalata senza fare il mio nome. Ovviamente allora io, come tutti in Polonia, non sapevo nulla di questo frate cappuccino: i comunisti ci tenevano ben isolati dall’Occidente. A guarigione avvenuta ho saputo di queste lettere (la seconda lettera era di ringraziamenti) e ho provato un brivido nello scoprirne il contenuto. Per dire la verità la mia guarigione, invece di mettermi in ginocchio per ringraziare Dio, causò in me una sorta di ribellione: ero spaventata dalla potenza di Dio e anche dal fatto che dipendiamo totalmente da Lui.

A Cracovia le persone che conoscevano il cardinale Wojtyla si aspettavano che diventasse Papa?

In Polonia sapevamo che il cardinale aveva dei buoni contatti in Vaticano ed era apprezzato da tantissimi vescovi. Per di più, Paolo VI lo scelse per predicare gli esercizi spirituali per la Curia: fu una cosa importante. L’anno 1978 fu per tutti noi un anno particolare: io e la mia famiglia passavamo le vacanze insieme a lui in montagna. Il 6 agosto durante la prima colazione disse: “Non sogno mai niente, ma stanotte ho sognato Paolo VI che mi faceva segno”. Lo stesso giorno abbiamo appreso dalla radio della morte di Papa Montini. Rimase con noi fino all’8 agosto, quando partì per Roma via Varsavia. Ma tornò dopo il conclave che scelse come Pontefice il cardinale Albino Luciani. A settembre arrivò la sorprendente notizia della morte del Papa appena eletto.

Quando ci siamo incontrati a fine settembre ci disse: “Speravo di avere più tempo”. Salutandolo gli chiesi: “Quale nome sceglierai da Papa?”. Invece di lui, rispose mio marito: “E’ ovvio: Giovanni Paolo II”. Lui invece non disse niente. Partì da Cracovia l’8 ottobre. Il nostro successivo incontro ebbe luogo a Roma: lui era già Papa Giovanni Paolo II. Vorrei aggiungere che tanti anni fa la mia mamma aveva profetizzato che lui sarebbe diventato Papa.

Uno dei tratti distintivi di Karol Wojtyła era la fedeltà nell’amicizia. Qualche giorno dopo la sua elezione, trova il tempo per scriverle una lunga lettera (20 ottobre 1978) che mostra che cosa significasse per lui la vostra amicizia:Capisci che, in tutto questo, penso a te. Da oltre vent’anni, da quando Andrzej mi disse per la prima volta: “Duśka e stata a Ravensbruck, è nata nella mia consapevolezza la convinzione che Dio mi dava e mi assegnava te, affinché in un certo senso io compensassi” quello che avevi sofferto lì. E ho pensato: lei ha sofferto al mio posto. Ame Dio ha risparmiato quella prova, perché lei è stata lì. Si può dire che questa convinzione fosse “irrazionale”, tuttavia essa è sempre stata in me e continua a rimanerci. Su questa convinzione si è sviluppata gradualmente tutta la consapevolezza della “sorella”. Da Papa Karl Wojtyła volle rimanere fedele a tutte le sue vecchie amicizie.

La vera amicizia dura per sempre, perciò dopo l’elezione a Pontefice nei nostri rapporti d’amicizia non è cambiato niente.

Lei con la sua famiglia eravate ospiti fissi dal Papa.

E’ vero che andavo a incontrarlo quando stavo a Roma. Ma più che altro con la mia famiglia passavamo le vacanze estive con lui a Castel Gandolfo.

Come spesso capita in tali circostanze, la accusavano di influenzare il Papa, anche nelle scelte che non riguardavano il suo  campo professionale.

Guardi, io con Karol Wojtyła da sempre discutevo di Dio e dei problemi del mondo. Insomma le nostre conversazioni riguardavano i problemi teologici e pastorali, non c’era posto per i pettegolezzi. Io portavo   a Roma i libri che avevo letto e discutevamo di questi libri. Ovviamente, parlavamo anche delle faccende personali, della famiglia, dei figli. Ma lui si interessava di tutti perché  amava la gente e non parlava mai male di nessuno. Mi ha confessato che da ragazzo era scioccato dalla frase: “Non giudicate, per non essere giudicati” che gli e rimasta impressa per tutta la vita.

E vero che lei gli leggeva alcuni libri?

A Karol Wojtyła ho letto libri per oltre cinquant’anni. Lui era un uomo che aveva una capacità formidabile di lettura: poteva leggere due libri insieme. Uno coi suoi occhi, l’altro sentendo leggere da un’altra persona. Gli piacevano la letteratura polacca, le poesie. L’ultimo libro che ho letto a Giovanni Paolo II riguardava la situazione economica in Polonia fra le due guerre.

Monsignor Mokrzycki ha scritto che lei è stata accanto a Giovanni Paolo II nei suoi ultimi giorni: quelli della malattia e dell’agonia.

Quando l’ultima volta il Papa stava al policlinico Gemelli, il cardinale  Dziwisz mi ha facilitato le visite quotidiane: ogni giorno mi mandava la macchina che mi portava all’ospedale. Anche gli ultimi quattro giorni sono potuta stare vicino al Papa. Il mercoledì (30 marzo) sono andata nell’appartamento per leggergli un libro. Invece il giovedì Dziwisz mi ha chiamato dicendo che la situazione era peggiorata. Sono andata  nell’appartamento e non mi sono mossa fino alla fine, cioè fino alla notte di sabato (2 aprile).

Lei, prima della conclusione del processo di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha pubblicato un libro con 40 lettere di Karol Wojtyła (Diario di un’amicizia. La famiglia Połtawski e Karol Wojtyła, Cinisello Balsamo, San Paolo). Un libro che ha suscitato vive reazioni. Era necessario rendere pubbliche quelle lettere private?

Durante un incontro del 14 novembre 1993, in presenza dell’arcivescovo Michalik, il Papa mi ha chiesto di scrivere delle memorie. Ho cominciato, ma c’erano delle pressioni e il Papa mi ha chiesto di lasciar stare. Prima di morire, pero, mi ha detto che dovevo dare la mia testimonianza.

Giovanni Paolo II ha letto le bozze del libro?

Il Santo Padre ha letto tutto. Non ha letto solo l’ultimo capitolo.

Cosa e successo dopo la morte di Giovanni Paolo II?

Dopo la sua morte mi sono detta che finché fossi stata in vita avrei dovuto finire il lavoro (chi avrebbe potuto farlo dopo la mia morte?). Alla fine ho preparato la bozza del libro e l’ho dato da leggere a due arcivescovi polacchi: il primo era monsignor Michalik, che dopo la lettura mi ha detto: ≪Pubblica≫. In seguito ho fatto vedere la bozza al mio attuale confessore, il quale di fronte ai miei dubbi mi ha detto che non ho il diritto esclusivo su Giovanni Paolo II e che la gente invece ha il diritto di conoscere. In seguito ho fatto vedere il testo al postulatore del processo di beatificazione: monsignor Oder ha letto tutto, ha chiesto l’opinione di due arcivescovi che hanno visto il testo e alla fine mi ha detto che queste lettere “rivelano”  non me, ma lui. E così il libro è stato pubblicato.
Non è il diario della mia vita, ma della mia anima. Lì sono state pubblicate le mie lettere al confessore e le sue risposte. In questo modo volevo far conoscere alla gente un altro aspetto della sua personalità , far conoscere la sua spiritualità.

Lei che per più di cinquant’anni ha collaborato con Karol Wojtyła potrebbe dirci quali erano gli scopi della sua missione pastorale da sacerdote, vescovo e Pontefice e se questi scopi sono stati raggiunti?

La sua priorità pastorale era avvicinare l’uomo a Dio tramite l’amore del prossimo. E l’uomo impara ad amare nell’ambito del matrimonio e della famiglia. Giovanni Paolo II si sforzava allora di santificare la famiglia umana, di insegnare alla gente “l’amore bello” (cosi lo chiamava). E’ un compito senza fine. Perciò non si può dire che i suoi scopi sono stati raggiunti. In ogni caso io spero che la gente continuerà a studiare i suoi insegnamenti e a metterli in pratica.

In tanti si chiedono come mai Giovanni Paolo II attirava a sé tanta gente, anche le persone lontane dalla Chiesa.

E’ molto semplice: lui attirava la gente perché veramente amava tutti e la gente lo capiva e lo sentiva ricambiando l’amore e l’affetto.

Fonte: L’Osservatore Romano