I Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Come salvare la propria anima o dannarsi.


Nella settimana appena trascorsa la Chiesa ha celebrato la solennità di Ognissanti e  la commemorazione dei defunti, due ricorrenze che ci hanno fatto riflettere sulla vita ultraterrena. E’ verità di fede che i Santi sono coloro che, morti in grazia di Dio e purificati da ogni macchia, sono nello stato di felicità suprema e definitiva. Essi vedono Dio «a faccia a faccia», come afferma S. Paolo nella prima lettera ai Corinti (1Cor 13,12), sono riuniti intorno a Gesù e Maria, vivono in comunione d’amore con la Santissima Trinità e intercedono per noi.

Nel Simbolo degli Apostoli noi proclamiamo credo nella comunione dei santi e, come insegna il Catechismo,  questa “comunione” è precisamente la Chiesa, la quale è composta di tre stati: la Chiesa trionfante, la Chiesa purgante e la Chiesa militante, formando il cosiddetto Corpo mistico di Gesù Cristo. Infatti spiega che “Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, che sono passati da questa vita, stanno purificandosi; altri infine godono della gloria contemplando chiaramente Dio uno e trino, qual è.”

Ma aggiunge anche un’altra verità di fede molto importante: “L’unione di coloro che sono in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali”

Questo significa che noi possiamo chiedere l’intercessione non solamente dei Santi di cui portiamo il nome o di quelli a cui solitamente ci affidiamo, ma anche dei nostri parenti, cioè di coloro che ci hanno trasmesso la fede attraverso le generazioni e che ora sono già nella gloria di Dio. Sono gli antenati della nostra famiglia e possiamo chiedere la loro intercessione pur non conoscendo i loro nomi perché sanno che siamo la loro discendenza. Perciò quando preghiamo per un’importante necessità possiamo invitarli a pregare insieme a noi e anche perché ci aiutino a conquistare il Paradiso.

Per la stessa comunione siamo uniti anche a coloro che stanno purificandosi in Purgatorio, ma questa volta siamo noi a poter intercedere presso Dio perché abbrevi la loro pena, tant’è che la Chiesa ricorda i defunti nel sacrificio della messa e ci raccomanda di pregare per i defunti e di offrire a loro favore anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza.

Quale sia il grande stato di sofferenza di queste anime lo hanno riferito vari mistici, tra i quali S. Faustina Kowalska a cui Gesù, nel dettarle la novena della Divina Misericordia, che si recita prima della domenica in Albis,  per l’ottavo giorno le ha detto: “«Oggi conduciMi le anime che sono nel carcere del Purgatorio ed immergile nell’abisso della Mia misericordia. I torrenti del Mio sangue attenuino la loro arsura. Tutte queste anime sono molto amate da Me; ora stanno dando soddisfazione alla Mia giustizia; è in tuo potere recar loro sollievo. Prendi dal tesoro della Mia Chiesa tutte le indulgenze ed offrile per loro… Oh, se conoscessi i loro tormenti, offriresti continuamente per loro l’elemosina dello spirito e pagheresti i debiti che essi hanno nei confronti della Mia giustizia!».

Vediamo quindi che cosa sono le indulgenze e come ottenerle per noi stessi e per le anime purganti leggendo la definizione che ne dà il Compendio del Catechismo: “Le indulgenze sono la remissione dinanzi a Dio della pena temporale meritata per i peccati, già perdonati quanto alla colpa, che il fedele, a determinate condizioni, acquista, per se stesso o per i defunti mediante il ministero della Chiesa, la quale, come dispensatrice della redenzione, distribuisce il tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi.” L’indulgenza poi può essere parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati.

Pochi sanno che esiste un vero e proprio Manuale delle indulgenze, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, che è un tesoro inestimabile a cui attingere per la salvezza nostra e dei nostri morti.

In questo prezioso libro si chiarisce che “conformemente alla tradizione sono indulgenziate varie opere di carità privata o pubblica, come ogni opera buona e ogni sofferenza pazientemente sopportata in quanto fonti precipue di santificazione e purificazione, perché le opere buone e le sofferenze costituiscono l’offerta personale dei fedeli che si aggiunge a quella di Cristo nella Messa.”

L’indulgenza parziale può essere acquistata più volte al giorno mentre quella plenaria una sola volta adempiendo tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristia e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.

Per passare ad esempi pratici, oggi lucriamo l’indulgenza plenaria sia perché staremo almeno mezz’ora in adorazione del SS. Sacramento, sia perché reciteremo il santo Rosario in chiesa. Ma anche le preghiere che recitiamo in privato sono indulgenziate, a cominciare dal segno della croce, quando lo facciamo devotamente, proferendo le parole: Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Parimenti otteniamo indulgenze, da applicare a noi stessi o ai defunti, ogni volta che recitiamo  cinque decine del rosario, la Salve Regina, le litanie, la Via Crucis, soprattutto se dinnanzi al Santissimo, e tutte le preghiere consuete, oltre alle visite ai cimiteri, alle chiese nei giorni della loro dedicazione o del Santo titolare e in tutte le altre occasioni stabilite dalla Chiesa, come nell’indizione dei giubilei.

Otre a questi ausili, se siamo veramente determinati a voler andare in Paradiso, oltre a condurre una vita conforme al Vangelo e ubbidiente agli insegnamenti della dottrina cattolica, abbiamo molte possibilità di sicura salvezza, a cominciare dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù con la pratica dei primi nove venerdì del mese chiesti attraverso S. Margherita Maria Alacocque per riparare alle ingratitudini arrecategli dagli uomini, assicurandole: Ti prometto, nell’eccessiva misericordia del mio Cuore, che a coloro che si accosteranno alla sacra mensa per nove mesi consecutivi, ogni primo venerdì del mese, l’onnipotente amore del mio Cuore concederà il dono della penitenza finale: non moriranno in stato di peccato, né senza ricevere i santi sacramenti; e il mio Cuore in quegli ultimi istanti sarà per loro sicuro asilo.

A questa concessione Gesù ha legato dodici promesse di aiuto in terra e di salvezza dell’anima. (qui)

Parimenti la S. Vergine chiese attraverso Suor Lucia di Fatima di riparare le offese arrecate al suo Cuore Immacolato promettendo la salvezza eterna a coloro che per cinque sabati consecutivi, il primo sabato del mese, si confesseranno, riceveranno la Santa Comunione, pregheranno il Rosario e le faranno compagnia per quindici minuti, meditando sui 15 Misteri del Rosario con l’intenzione di darle sollievo. Fu Gesù stesso a rivelare a Suor Lucia  che i sabati sono cinque perché cinque sono i tipi di offese e bestemmie proferite contro il Cuore Immacolato di Maria: negare la sua Verginità; negare la sua maternità divina; inculcare nei cuori dei bambini l’indifferenza, il disprezzo e perfino l’odio contro di Lei; oltraggiarla attraverso le sue immagini sacre. (qui)

Vi sono anche altre devozioni che ci ottengono la salvezza eterna. Una delle prime e più importanti è quella alla Madonna del Carmelo, che apparve nel 1251 a S. Simone Stock promettendo la sua protezione ai religiosi carmelitani e a chiunque avesse portato a vita il suo scapolare, legando a questa devozione anche il cosiddetto privilegio sabatino. Infatti Papa Giovanni XXII nel 1322 emanò un’apposita Bolla in cui riferì di una sua visione della Vergine che avrebbe promesso la liberazione dal purgatorio il primo sabato dopo la morte per i Carmelitani e anche per i “confratelli” dell’Ordine che avessero osservato la castità del loro stato, fatto preghiere e portato l’abito del Carmelo.

Da allora fino ai nostri giorni molti pontefici hanno praticato questa devozione, scrivendone e portandone lo scapolare.

Nel frattempo però si è sempre più diffusa l’errata convinzione che dopo la morte intervenga una benevola misericordia di Dio che abbuona i peccati commessi e assolve tutti senza distinzione, per cui tutti i morti andrebbero direttamente in Paradiso, parendo che l’Inferno sia incompatibile con la bontà di Nostro Signore. Si ignora però che all’atto del trapasso, come ci insegna il Catechismo, per ogni uomo vi è in “un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione,o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.”

Le Sacre Scritture e le molte testimonianze di Santi e Dottori della Chiesa ci mostrano la drammatica verità della condizione miserevole dell’uomo di fronte ad un Dio, giudice della sua vita, pronto sì a perdonare, ma a certe condizioni ben precise.

Leggiamo nel Diario di Santa Faustina Kowalska quanto le riferì di se stesso Gesù: “Sono tre volte santo e il più piccolo peccato mi fa orrore … Non posso amare un’anima macchiata dal peccato, ma quando si pente, la Mia generosità non ha limiti verso di lei. Dì ai peccatori che nessuno sfuggirà alle Mie mani. Se fuggono davanti al Mio Cuore misericordioso, cadranno nelle mani della Mia giustizia.”

E’ però nel “Dialogo della Divina Provvidenza” di S. Caterina da Siena che scopriamo cosa avviene esattamente al momento della nostra morte. Infatti il Signore le ha fatto conoscere che nel trapasso c’è un momento, pochi attimi prima che l’anima si stacchi dal corpo, in cui ognuno vede chiaramente il proprio stato e se una persona ha lasciato la vita di grazia per rotolarsi nei peccati fino a perdere completamente la coscienza della sua reale condizione spirituale, a quel punto subentra la disperazione della salvezza.

Se quell’anima avesse la capacità di pentirsi delle offese che ha arrecato al Creatore e invocasse la sua misericordia forse ancora potrebbe salvarsi, invece essa, rendendosi conto di meritare il castigo eterno, si dispera unicamente per la sua triste sorte, ma così facendo offende maggiormente e ancora una volta Dio.

Infatti, anziché affliggersi per non aver corrisposto all’infinito amore di Nostro Signore e domandargli perdono e misericordia per le ingiustizie commesse nei suoi confronti, si addolora solamente per la punizione che comprende di meritare.

Tale superba disposizione dell’anima provoca la giustizia di Dio, che in quel momento la condanna alla dannazione eterna. Ma è pure essa stessa che, con il suo libero arbitrio “non aspetta nemmeno di essere giudicata – riferisce Dio a S. Caterina – bensì con disperazione e con odio si allontana da questa vita per raggiungere il luogo meritato, e ciò prima ancora che l’anima si stacchi dal corpo”

“Il disprezzo della misericordia divina è un peccato che non viene perdonato né in terra né in Cielo – spiega il Signore alla Santa – cosicché lo reputo il più grave di tutti i peccati.” E continua affermando che per quanto riguardò Giuda tale peccato fu peggiore del suo tradimento.

Il motivo per cui un’anima, pur trovandosi in così grave pericolo, non è capace di affidarsi alla misericordia del Signore e perché, non essendo avvezza a farvi ricorso in vita, non è capace di invocarla in morte, e solo quei pochi che vi riescono si salvano.

Nel trattato “Apparecchio alla morte” di S. Alfonso Maria de Liguori troviamo alcune considerazioni che avvalorano quanto riportato dalla Santa di Siena.

Si domanda egli infatti: “Ma i mondani, come mai vivendo tra’ peccati, tra’ piaceri terreni, e tra occasioni pericolose possono sperare una felice morte? Dio minaccia a’ peccatori che in morte lo cercheranno e non lo troveranno: «Quaeretis me, et non invenietis» (Is 55,6). Dice che allora sarà tempo non di misericordia, ma di vendetta. “Io ripagherò al tempo opportuno” (Dt 32,35).

E nel citare S. Giovanni, riguardo alle parole di Gesù Voi mi cercherete, e non mi troverete, ma morirete nel vostro peccato (Gv 8, 21-24), S. Alfonso commenta: “È vero che in qualunque ora si converte il peccatore Dio ha promesso di perdonarlo; ma non ha detto che il peccatore in morte si convertirà; anzi più volte si è protestato che chi vive in peccato, in peccato morirà. Ha detto che chi lo cercherà in morte, non lo troverà. Dunque bisogna cercare Dio, quando si può trovare: “Quaerite Dominum, dum inveniri potest” (Is 55,6).

Però, quasi a consolazione, aggiunge un pensiero di S. Geronimo: “Di centomila peccatori che si riducono sino alla morte a stare in peccato, appena uno in morte si salverà”

Non dà invece nessuna speranza S. Vincenzo Ferrerio il quale dichiara: “Sarebbe più miracolo che uno di questi tali si salvasse, che far risorgere un morto. Che dolore, che pentimento vuol concepirsi in morte da chi sino ad allora ha amato il peccato?”

Anche S. Paolo, nella lettera ai Galati, è dello stesso avviso: “Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna.”

Commenta S. Alfonso: “Sarebbe un burlare Dio vivere disprezzando le sue leggi, e poi raccoglierne premio e gloria eterna; ma Deus non irridetur”.

Sono molte e dettagliatamente esposte le terribili pene a cui vanno incontro i dannati, la prima delle quali è la privazione della vista del Signore, il cui volto nemmeno alla Resurrezione dei morti, quando Egli si presenterà in tutto il suo fulgore di Re e Giudice, potranno guardare se non in forma offuscata e tremenda, al contrario dei giusti, che a tale visione gloriosa esulteranno di gioia.

S. Camillo de Lellis, quando si affacciava sulle fosse dei morti, diceva tra sé: “Se questi tornassero a vivere, che non farebbero per la vita eterna? ed io che ho tempo, che fo per l’anima?”

Altrettanto ben descritte sono le meraviglie che attendono in Cielo quelli che si salvano, come anche le gioie che vivono i beati in Paradiso, mentre coloro che sono arrivati dinnanzi a Dio in stato di grazia imperfetta otterranno la misericordia della purificazione in Purgatorio.

Conviene quindi star sempre pronti con le lampade accese per non imitare le vergini stolte (Mt 25, 1-12) affinché possiamo essere tra coloro di cui nell’Apocalisse sta scritto “Beati i morti che muoiono nel Signore.” (Ap  14,13)

 

Paola de Lillo