Ma chi vuole le nozze gay? – di Andrea Cavalleri


Con una svolta autoritaria che non ha precedenti dal dopoguerra ad oggi, i governi occidentali  stanno varando all’unisono i matrimoni omosessuali, contestualmente al reato di omofobia, che vieterà ogni discussione a riguardo. Dato che la democrazia si fonda sulla dialettica tra maggioranza e minoranza, i numeri contano, e parecchio, nell’inquadramento politico di un fenomeno.

Per prima cosa, dunque, esaminiamo qualche cifra, che illustri quante siano le persone coinvolte dai progetti di legge che stanno tenendo banco in Parlamento, quasi riguardassero un’emergenza nazionale.

Se cominciamo da casa nostra, scopriamo che in Italia parecchi fra Comuni e Regioni hanno istituito i registri delle unioni civili, a cui possono iscriversi anche le coppie omosessuali.

Se le cose stessero come vuole la narrativa dei media, cioè che i poveri gay sono discriminati e non possono coronare i loro sogni di veder riconosciuta la propria unione, questi registri dovrebbero rappresentare una manna per le coppie alternative, che potrebbero cominciare ad esibire l’ufficialità comunale o regionale.

Invece i registri sono andati pressoché deserti, in una desolante indifferenza. Vediamo un po’ i gay che hanno ufficializzato l’outing: Bologna, in tredici anni zero iscritti; Empoli in vent’anni 2 coppie; Pisa in quindici anni 4 coppie; Firenze 17 coppie in undici anni; a Pesaro, dove si rilascia anche uno speciale stato di famiglia, una sola coppia. In tutta la Regione Campania al primo anno zero iscritti. Meno peggio a Roma e soprattutto a Milano, che può vantare l’iscrizione di ben 39 coppie.

Ma quale sia la dimensione sociale del fenomeno lo spiega il raffronto con i matrimoni tradizionali: 250.000 nel 2008, in calo fino ai 200.000 nel 2011 (dati Eurostat).

Insomma al Governo sembra urgente occuparsi dei quattro gatti gay, mentre milioni di famiglie coniugate pagano più tasse dei conviventi, non arrivano a fine mese e ovviamente non procreano, mentre infuria una terribile crisi demografica, che sta producendo un drammatico invecchiamento della popolazione e che ha persino gravi risvolti economici.

 

Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay, minimizza l’insuccesso dei registri locali, spiegando che quelle liste sono solo una battaglia simbolica, ma che in realtà gli omosessuali aspettano una legge.

Allora guardiamo cosa è successo dove la legge c’è. Tra i primi Paesi ad approvare le unioni omosessuali c’è stata la Svezia: 749 matrimoni gay nei primi 4 anni di nuovo regime (con tanto di effetto accumulo di coloro che non potevano sposarsi perché la normativa non lo prevedeva) contro i 160.000 matrimoni normali nello stesso lasso di tempo. Similmente la Norvegia: 674 nozze gay mentre si celebravano 96.000 matrimoni tradizionali.

Insomma i numeri ci raccontano una realtà di questo tipo: che una categoria privata fortemente minoritaria (i gay) pretende la massima attenzione e il pieno riconoscimento istituzionale.

Dobbiamo spiegare questa affermazione perché la maggioranza delle persone non è abituata a pensare in termini politici e fatica a distinguere ciò che è pubblico da ciò che è privato e comprendere i motivi per cui alcune realtà (come il matrimonio) sono considerate pubbliche, mentre altre no.

 

La ragione per cui tutti i popoli e le civiltà della storia hanno regolamentato il matrimonio, facendone un istituto pubblico, è legata alla procreazione, alla cura e all’educazione dei figli. Dato che per uno Stato il primo e fondamentale capitale è costituito dai suoi cittadini, è interesse dello Stato creare le condizioni per sostenere, curare e accrescere questo capitale.

E la condizione fisica per la procreazione è quella di essere una coppia eterosessuale. Ma anche procedendo oltre il dato biologico, risulta la coppia uomo-donna quella più adatta ad assicurare la crescita ben ordinata dei figli, improntati ad una visione positiva della vita.

Esistono interminabili statistiche che mostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, come i figli delle coppie complete (padre-madre) stabili e unite abbiano più probabilità di successo nella vita e siano meno esposti a problemi psicologici e a tutte le devianze, come droga, criminalità o microcriminalità, abbandono scolastico e, nel futuro, divorzi.

La coppia omosessuale, non avendo i requisiti fisici per la procreazione né potendo costituire un buon humus educativo, non è mai stata considerata un fenomeno pubblico. A seconda dei tempi, dei luoghi e dei costumi è stata repressa, tollerata, o praticata con entusiasmo, ma sempre come fatto privato: mai una legislazione ha spostato queste prassi nella sfera pubblica.

 

Questa limitazione della coppia gay non deve essere vista come una colpevolizzazione, ma un semplice riconoscimento dei fatti, così come, in modo del tutto analogo, una coppia eterosessuale sterile non percepisce le detrazioni per i figli a carico.

Per fare un esempio è come se le coppie stabili di “Bridge” (che sono ben più numerose delle coppie stabili omosessuali) indicessero le sfilate del “Bridge day pride”, con carri a forma di tavolini e mazzi di carte in testa, e poi chiedessero al governo le “nozze Bridge” così da poter dire: “Quando io dirò l’ultimo passo e farò il morto, il mio partner potrà prendere la pensione di reversibilità”.

Il Bridge sarà pure un gioco bellissimo, ma non ha quell’incidenza nella realtà sociale che lo possa rendere un fatto pubblico. Del resto neppure esistono i PACS per le coppie di amici, pur essendo l’amicizia una cosa splendida e un fattore indubbiamente positivo per innalzare la qualità della vita.

Ma torniamo a Grillini perché un intervistatore gli ha posto la domanda più ovvia: “Lo scarso numero di iscrizioni ai registri delle unioni civili potrebbe anche essere dovuto al disinteresse verso il matrimonio?” La risposta dell’arcigayo è rivelatrice: “È possibile ma il punto non è questo. A prescindere da tutto i diritti devono essere uguali per tutti. Molti dicono che non si sposeranno mai, ma questo non vuol dire che non ci debba essere la possibilità di farlo.”

I diritti devono essere uguali per tutti? Allora perché i minorenni non possono votare, perché i non vedenti non possono guidare l’automobile, perché i carcerati non possono detenere armi come le guardie? Discriminazione, razzismo, urgono battaglie civili!

 

Da questi esempi si capisce subito quanto sia vuota di significato la frase di Grillini, i diritti infatti potranno essere uguali per le persone che sono in eguali condizioni. Persone in condizioni diverse avranno diritti diversi.

Questo elementare ragionamento, del tutto lapalissiano, lo fa, tale quale, Nathalie de Williencourt. Chi è costei? È la portavoce di Homovox che è l’associazione a cui aderisce la maggioranza degli omosessuali francesi, e che probabilmente conta anche più iscritti dell’Arcigay di Grillini. Ecco le sue testuali parole: “Rappresentiamo la maggioranza dei francesi omosessuali ma non ci ascoltano. Non vogliamo il matrimonio, perché non siamo come le coppie eterosessuali, che possono fare figli”.

Non solo Homovox non vuole il matrimonio, ma neppure l’affidamento di bambini a coppie gay e soprattutto non vogliono essere trattati allo stesso modo delle coppie eterosessuali perché, sostengono con logica cristallina siamo diversi: quindi non vogliamo eguaglianza, ma giustizia.

Ascoltando la Williencourt si scoprono altre cose interessanti.  “In Francia ci censurano, si ascoltano sempre le lobby LGBT, parlano sempre loro nei media, ma la maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro e non ci rappresenta”. Cosicché Homovox ha partecipato alla sfilata di Parigi contro la legge Taubira sul matrimonio omosessuale.

Quindi quella che viene raccolta dal Governo come “opinione pubblica” e  come “nuova campagna per i diritti civili” è in realtà l’opinione avvelenata di una minoranza della minoranza.

Strano concetto della democrazia!

 

Ma se il matrimonio omosessuale non serve ai gay, a questo punto dobbiamo chiederci a cosa serva.

Esistono studi antropologici condotti nelle università europee ed americane, che grazie all’osservazione dei Paesi che hanno già introdotto le nozze contro natura, ne hanno potuto verificare gli effetti (si cita ad esempio un ottima sintesi del professor Stanley Kurtz).

Ebbene, l’unica conseguenza veramente sensibile di quelle leggi è di svilire e screditare l’istituto matrimoniale.

Nei Paesi scandinavi, da quando i gay si sposano, sono considerevolmente aumentati i divorzi e soprattutto le nascite dei bambini fuori dal matrimonio, che rappresentano ormai il 60% del totale.

Strano che le donne, che prima di generare un figlio solitamente desiderano sentirsi sicure, protette dall’impegno del proprio uomo responsabile e fedele, rinuncino a sposarsi.

Eppure non è difficile capire come una ragazza, che si sta apprestando a ricoprire  la missione di moglie e di madre, immaginando al proprio posto i protagonisti delle penose scene dei gay pride e vedendosi equiparata ad essi perda la voglia: se il matrimonio è quello, ne fa volentieri a meno!

 

Dunque, sia il ragionamento sia la casistica ci dicono che l’apertura del matrimonio agli omosessuali produce vantaggi insignificanti per loro ma danni consistenti per tutti gli altri (che sono la grande maggioranza).

Insomma la parificazione di diritti prodotta dalle nozze gay equivale al discorso che potrebbero fare le persone con una mano amputata: “Vogliamo essere come gli altri – ma non si può – e allora tagliamo una mano a tutti”. Questo è il tipo di risultato meschino e perdente che si può ottenere da tali iniziative.

Quindi i Grillini, i Galan, i Bondi e le Prestigiacomo o sono così sprovveduti da non capire dove va a parare la loro proposta di legge oppure, per qualche misteriosa ragione, si adoperano  per demolire sempre di più la famiglia e, così facendo, rovinare quella che poteva essere la serena esistenza di tantissime persone.

Il tutto in base a una logica estranea ai fondamenti del diritto e della democrazia.

 

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