I manifesti sulla maternità surrogata e le reazioni del Comune di Roma. Facciamo un po’ di chiarezza.

Dopo tanti annunci e comunicati stampa alla fine il Comune di Roma ha notificato a Generazione Famiglia e a Pro Vita una “memoria di giunta” con la quale definisce “campagna pubblicitaria discriminatoria e lesiva dei diritti e delle libertà individuali” quella promossa contro la maternità surrogata e la genitorialità delle coppie omosessuali. (due volte clic sull’immagine per ingrandirla)

Il testo integrale non è ancora stato reso noto, ma si sa che sono state stabilite rimozioni e multe.

Della faccenda hanno parlato tutti i media, commentandola però con parecchie confusioni ed inesattezze sia da parte dei sostenitori che degli oppositori, per cui vale la pena di ricapitolarla.

Il 15 ottobre scorso le due associazioni sopra citate, promotrici del Family Day, hanno lanciato una “campagna choc” contro l’utero in affitto affiggendo a Roma, Milano e Torino dei manifesti, accompagnati da camion vela, dove appaiono due giovani, individuati come “genitore 1” e “genitore 2”, che spingono un carrello della spesa recante un bambino disperato con un codice a barre sul petto e a fianco la scritta: “Due uomini non fanno una madre”.

Va chiarito che le affissioni non sono state effettuate direttamente dalle due associazioni ma da società concessionarie della pubblicità che si sono incaricate di ottenere tutte le autorizzazioni previste dalle norme e dai regolamenti comunali. Per la cronaca i manifesti non sono ancora stati rimossi, nonostante alcune notizie affermino il contrario.

Occorre anche sottolineare che la riprovazione della maternità surrogata espressa nei manifesti è perfettamente conforme al disposto dall’art. 12 della legge n. 40 del 2004 in quanto è punita con la reclusione fino a due anni e con la multa fino ad un milione di euro. Ciononostante le associazioni coinvolte hanno ricevuto una generica ingiunzione dallo IAP, acronimo di “Istituto Autodisciplina Pubblicitaria”, contro la quale ovviamente opporranno ricorso.

Che la rappresentazione dell’utero in affitto e della genitorialità omosessuale sia stata resa con una simbologia tanto esplicita quanto sconvolgente è indubbio e perciò che si elevassero le proteste dalle varie associazioni “pro choice” ed Lgbt probabilmente i promotori dell’iniziativa lo immaginavano, ma quello che ha avuto dell’incredibile è stata la reazione del sindaco Raggi a Roma.

I maggiori quotidiani nazionali hanno dato grande risalto al suo immediato comunicato stampa che riportiamo dal Corriere della sera (qui): “«Il messaggio e l’immagine veicolati dal cartellone – mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza – violano le prescrizioni previste dal regolamento in materia di pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali. La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell’immagine del manifesto offendono tutti i cittadini»

Si è già specificato che invece le autorizzazioni erano state concesse e che la materia del manifesto è conforme al disposto di legge, ma lascia esterrefatti l’ultima affermazione della Raggi, infatti senza avvedersene ha pronunciato un’indubbia verità: i cittadini si sentono offesi dalla strumentalizzazione che una coppia omosessuale fa di un bambino per i propri fini egoistici.

Ormai ben pochi hanno il coraggio di solamente ipotizzare eventuali difficoltà psicologiche per i figli dei gay. Ci provò sei anni fa il sociologo statunitense Mark Regnerus che presentò i risultati di uno studio, condotto su un ampio campione, in cui si evidenziavano le differenze riscontrabili tra i bambini cresciuti da genitori eterosessuali e i bambini con un genitore omosessuale  (qui). Figuriamoci con due!

Anche in quel caso scoppiò un finimondo, e addirittura di livello internazionale. Regnerus fu tacitato con una campagna di discredito scientifico e con minacce fisiche. E pure i siti, fra cui questo, che riportarono le conclusioni del suo studio furono sottoposti a diffamazioni e accuse di complotti addirittura istigati dal Vaticano. (qui)

Vaticano che in quel caso, come in questo, mantenne invece un rigoroso silenzio di indifferenza nonostante le pesanti ingiurie di cui fu ricoperto. E bisogna gridare al miracolo se papa Francesco il giorno successivo alla vergognosa aggressione ad alcuni universitari, che davanti alla Sapienza offrivano pacificamente un aperitivo con volantinaggio per la sensibilizzazione sul tema dell’aborto  (qui), ha condannato tale pratica. (qui)

 

Intanto le associazioni Pro Vita e Generazione Famiglia hanno pubblicato un manifesto simile ma al femminile.

Oltre a sdegnarci e a condannare quello che sembra essere un abuso di autorità nonché una censura della libertà di espressione, possiamo prendere un unico partito ragionevole che è l’appoggio economico alle due associazioni affinché possano sopportare il peso delle spese legali di difesa. (qui)

 

Paola de Lillo